Le storie che qui raccontiamo sono due. Legate a un’eredità, potente, ricca e complicata. Materiale e immateriale. Sono storie che corrono parallele e si intrecciano nel nome dell’Eni e dell’ingegnere Mattei, e coinvolgono un governo alle prese con disgrazie energetiche e terremoti geopolitici. La prima storia riguarda la lettera di diffida a Meloni. La seconda tratta dei beni che i nipoti reclamano da Eni: oggetti, lettere, e diversi quadri del primo Novecento, soprattutto due nature morte di Giorgio Morandi, appartenute all’industriale, noto mecenate e collezionista di artisti italiani, per i quali è stata presentata una citazione in civile per petizione ereditaria al tribunale di Macerata contro l’azienda di Claudio Descalzi. Protagonisti sono Pietro e Rosangela detta Rosy, entrambi figli di Italo, fratello minore di Enrico, tenaci nel tenere vivo il mito della zio. Pietro è l’erede unico della vedova di Mattei, Margherita Paulas, ex ballerina austriaca morta nel 2000, il che lo rende il titolare del 66% dei beni della famiglia. Rosy la descrivono come la nipotina prediletta di Enrico e cura una Casa Museo a Matelica. La Stampa ha parlato con tutti e due.

 

 

Pietro Mattei ha deciso di diffidare Meloni dall’uso del cognome di famiglia dopo tre anni di governo e due dall’avvio del Piano strategico di partenariato con i Paesi africani intitolato al fondatore dell’Eni, proprio in virtù del rapporto che aveva saputo coltivare con queste nazioni. Vale la pena ricordare di cosa si parla. Mattei fonda Eni nel 1953 e lancia la sfida alle Sette Sorelle, le principali compagnie petrolifere americane e inglesi che nel Dopoguerra hanno il monopolio mondiale del greggio. Firma accordi con l’Urss e propone ai Paesi produttori del mondo arabo e all’Iran di rompere questo cartello, con una più equa distribuzione dei profitti e in forza di una relazione «paritetica». In cambio Eni diventa un gigante e l’Italia conquista una politica energetica più autonoma. «Il contrario di quello che sta facendo Meloni», spiega Pietro. Perché aspettare fino a oggi? «All’inizio ho detto “vediamo che fanno”. Ma adesso trovo veramente inaccettabile le politiche del governo. Sull’immigrazione, sui costi dell’energia, sui rapporti con gli Stati Uniti. Mattei aveva sfidato gli americani, non era il loro servo. E secondo alcune tesi potrebbe essere stato ucciso proprio per questo. Meloni invece non compra gas dai russi perché deve comprarlo da Washington e assiste inerme a un genocidio in Palestina. Se lo immagina Mattei di fronte a questo?». È tutto scritto nella lettera che qui riportiamo. L’operato di Meloni è definito in «totale antitesi» con le gesta di Mattei, e l’uso del suo nome «finalizzato a scopi di propaganda» che rischiano di «distorcere» figura ed eredità politica del fondatore. Invece di perseguire «la sovranità energetica nazionale» il governo mostra «una marcata subordinazione agli interessi degli Usa».

 

 

Meloni dice di essersi ispirata all’industriale marchigiano quando nel Piano parla proprio di «rapporto paritetico e non predatorio» con l’Africa. Ma per Pietro non è così. «Basta vedere come tratta i migranti», perché, scrive nella diffida, Mattei «selezionava i giovani locali, li formava nelle scuole dell’Eni e li rimandava nei loro Paesi. Un approccio lontano dall’attuale utilizzo del tema migratorio per fini politici». Pietro è pronto a fare tutto quello che serve se il nome dello zio continuerà a essere legato al programma gestito da una struttura di coordinamento a Palazzo Chigi guidata dal consigliere diplomatico di Meloni, Fabrizio Saggio. «Faremo causa, civile e penale. Stanno vendendo una scatola vuota».

Anche Rosy, la sorella, considera tale il Piano. A sentirla parlare di energia, di rapporti personali che intrattiene con il presidente algerino Tebboune, e di Russia, non le piace quello che sta facendo questo governo. Ma non ha firmato la diffida. Il figlio Aroldo Curzi Mattei, ammette, è un imprenditore con relazioni vaste ed è stato coinvolto nel Piano. Il 29 aprile saranno 120 anni dalla morte dello zio e nella Casa Museo è stata organizzata una giornata di ricordo. Ci saranno l’ambasciatore algerino, il console russo, e personalità che difendono le ragioni di Vladimir Putin come Marzo Rizzo e l’ex ambasciatore Bruno Scapini.

Tra i due fratelli i rapporti non sembrano dei migliori, ma hanno comunque presentato assieme la denuncia contro l’Eni per riavere i quadri dello zio. Le due nature morte di Morandi – datate 1919 e 1941 e in mostra fino allo scorso gennaio al Palazzo delle Esposizioni di Roma – sono i pezzi più pregiati di una collezione personale di enorme valore (con opere di artisti come De Pisis, Carrà, Rosai) che Mattei aveva accumulato negli anni ’40 e ’50. «Sono di sua proprietà – è convinta Rosy –. Molti li ha comprati quando l’Eni neanche esisteva. Quindi se sono di Mattei devono essere restituiti alla famiglia». La nipote ha scoperto della loro esistenza per caso, nel 2018, quando andò a Roma a recuperare dall’azienda la Giulietta sulla quale lo zio la portava a spasso. In quell’occasione un dipendente dell’Eni le si avvicinò e le sussurrò che nel caveau della sede di via Ripetta era conservato ben altro patrimonio. «Mi sono fatta aiutare da diversi avvocati. E abbiamo chiesto l’inventario». Ma dei quadri pare non ci fosse traccia. «Omessi» sostengono gli eredi. Rosy è furiosa con l’Eni pure per altro: per aver ceduto alcuni beni al comune di Acqualagna per il Museo Casa Natale di Mattei che lei disconosce e con cui è in causa (a novembre è stata indagata perché accusata di aver sottratto alcuni cimeli): «Se sono della famiglia perché darli a loro? ». Anche Pietro in questi anni ha provato a sollecitare i legali di Eni: «Mia zia mi aveva raccontato che il marito firmava il retro dei quadri che comprava per sé. Abbiamo chiesto di visionarli e affidarli a un perito. Ma niente. A questo punto deciderà un giudice». La società la vede diversamente. E a La Stampa affida questo commento: «I beni rientrano nel patrimonio aziendale di Eni che pertanto farà valere tale posizione nel giudizio avviato dai familiari».

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