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di Pierluigi Piccini
La Fondazione MPS ha trovato il suo presidente. Riccardo Coppini: notaio, Contrada di Malborghetto, Onda, Società di esecutori di pie disposizioni. Curriculum impeccabile, radici senesi profonde, nessun nemico dichiarato. La mediazione politica — quella che per mesi sembrava impossibile — si è chiusa in un pomeriggio, con la geometrica eleganza di chi aveva già contato i voti prima di entrare in sala.
Tutto bene, dunque. Tranne una domanda che nessuno ha fatto.
A guardare la composizione della nuova deputazione amministrativa, quello che emerge non è tanto un profilo di governance quanto una mappa. Coppini è Siena profonda, istituzionale, notarile — una figura che sta sopra le appartenenze di partito, o almeno si presenta così, tanto che il centrosinistra lo ha accettato e il centrodestra anche. Filomena Convertito viene da Poggibonsi, avvocata, espressione della Valdelsa che rivendicava un posto al tavolo e lo ha ottenuto — non in nome di un partito, ma di un territorio. Renato Saccone porta il curriculum del prefetto settentrionale — Monza-Brianza, Torino, Milano — figura di legittimazione istituzionale verso l’esterno. Franco Vaselli è il commercialista indicato da Fratelli d’Italia, Monica Barbafiera la conferma in quota Lega. Un notaio, un ex prefetto, un commercialista, due politici di territorio. Ognuno al proprio posto. Tutto torna.
Tranne una cosa: in quella stanza non c’è nessuno che sappia cosa fare di una fondazione che ha perso la banca.
E il Pd senese — quello della città, delle sezioni storiche, del gruppo dirigente che si riconosce nel capoluogo — nella deputazione non si vede. Ha contribuito all’elezione di Coppini, probabilmente in modo determinante, ma senza lasciare un nome riconoscibile nella stanza. Vittoria silenziosa o irrilevanza silenziosa, difficile dirlo. Ma la domanda è legittima.
Perché la Fondazione MPS non è più quella del 1995. Non controlla il credito, non orienta le scelte strategiche del sistema bancario locale. È diventata — come molte fondazioni bancarie italiane — un erogatore di risorse culturali, sociali, filantropiche. E nella sua comunicazione pubblica rivendica con orgoglio questa nuova vocazione: territorio, cultura, coesione, innovazione. Parole giuste. Parole che però, nel momento in cui si è trattato di scegliere chi deve incarnarle, sono sparite dal tavolo come neve al sole di aprile. Nessuno nella deputazione viene dal mondo della cultura. Nessuno porta una visione sulla fragilità territoriale, sulla crisi demografica, sulle transizioni produttive ed energetiche che stanno ridisegnando l’entroterra senese. È come se una fondazione ospedaliera nominasse un consiglio senza un solo medico — e poi pubblicasse sul sito istituzionale un bel comunicato sulla centralità della salute.
L’asse che si legge è Siena-Valdelsa — non nel senso politico classico, ma territoriale. La città storica da un lato, la Valdelsa pragmatica e produttiva dall’altro, una sintesi trasversale rispetto ai partiti che ha trovato i suoi voti e si è seduta al tavolo. Il resto della provincia no. L’Amiata non c’è. La Val d’Orcia profonda non c’è. I comuni che si svuotano, che perdono servizi, che cercano un senso dentro transizioni che nessuno governa — non ci sono come soggetti. Ci sono come destinatari eventuali di bandi. La differenza non è piccola, anche se nei comunicati stampa tende a scomparire.
Coppini sarà probabilmente un presidente irreprensibile. Abbasserà la temperatura dopo gli anni di Rossi, gestirà con equilibrio i rapporti istituzionali, terrà i conti in ordine. Sono competenze reali, non vanno svalutate. Ma una fondazione che deve reinventarsi ha bisogno, prima ancora di chi sa tenere la barca in acqua, di qualcuno che sappia dove andare. Le menti inquiete, si sa, raccolgono meno voti nei consessi istituzionali. E così la Fondazione MPS entra nella sua nuova stagione con una governance perfettamente attrezzata per gestire ciò che è stato — e nessuno, in quella stanza, incaricato di immaginare ciò che potrebbe essere.
Il territorio aspetta. Come sempre.





