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di Pierluigi Piccini
C’è qualcosa di profondamente familiare nel modo in cui il Pd provinciale si appresta a scegliere il proprio segretario. Una liturgia lenta, fatta di stanze riservate, di candidature che appaiono e svaniscono come funghi dopo la pioggia — o come tartufi, che è più nobile —, di unità proclamata mentre si moltiplicano le correnti. Lo specchio, insomma, di un partito che non ha ancora risolto il proprio rapporto con se stesso.
Dopo nove anni alla guida, Andrea Valenti lascia. Un lungo ciclo si chiude, il testimone viene passato con affetto e con qualche ambiguità, come si conviene alla migliore tradizione. A raccoglierlo si presenta Nico Bartalini, trentadue anni, sostenuto dall’area Schlein e dal capogruppo regionale Simone Bezzini, con una platea a Fontebecci che aveva il calore delle grandi occasioni: folla, strette di mano, capannelli. Il filo conduttore è stato la luce — evocata come elemento capace di squarciare il buio di un periodo complesso — con riferimenti a Berlinguer e allo zaino di Elly Schlein. Un discorso che unisce memoria e futuro, un po’ come si usa fare quando si vuole accontentare tutti senza scontentare nessuno.
Sullo sfondo, le manovre. Il sindaco di Castelnuovo Berardenga Fabrizio Nepi, già presidente della Provincia e inizialmente in campo, avrebbe rinunciato alla corsa dopo le pressioni dei colleghi sindaci, con il senatore Franceschelli che avrebbe trovato l’accordo per dirottare i suoi verso Bartalini. Il partito del territorio, insomma, non è del tutto un mistero.
A sfidarlo resta Giacomo Bassi, ex sindaco di San Gimignano, espressione della cosiddetta area degli amministratori. Bassi pone la domanda giusta: vogliamo rilanciare un partito asfittico, dargli un’organizzazione più militante e vicina al territorio? Poi aggiunge, con la candida brutalità che solo i politici di lungo corso si permettono, che la vera questione su Bartalini è se sia libero di muoversi o se risponda a qualche storico dirigente. Nel codice della politica senese, non è una domanda retorica.
Il vero nodo, però, nessuno lo nomina mai direttamente, anche se aleggia su tutto: Siena. Il Pd governa in quasi tutti i comuni della provincia, ma tra le eccezioni c’è il capoluogo, perso nel 2018 e mai davvero rielaborato come sconfitta. Questo congresso è, tra le righe, il primo atto di una lunghissima campagna elettorale che punta al 2028.
Quello che manca è un dibattito sui contenuti all’altezza della complessità del territorio. La geotermia, la sanità di montagna, il futuro di Monte dei Paschi, il declino demografico dell’Amiata, il destino di una città d’arte che vive di turismo ma rischia di svuotarsi di vita civile: sono temi che non si risolvono con un claim sulla luce. Richiedono pensiero lungo, e un partito capace di essere, prima ancora che vincente, credibile.
Che vinca Bartalini o Bassi, o che emerga all’ultimo momento un’altra sintesi — come la storia senese insegna che è sempre possibile — quello che conta è se il partito uscirà da questa stagione con una proposta politica o con una mediazione. Sono cose diverse. La seconda, purtroppo, è più frequente.





