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22 Aprile 2026“Trump afferma che prorogherà la tregua con l’Iran fino alla conclusione dei negoziati”
C’è qualcosa di strano, quasi beckettiano, nel modo in cui il mondo aspetta in questi giorni. Si aspetta che Trump decida. Si aspetta che l’Iran ceda. Si aspetta che qualcuno, da qualche parte, dica qualcosa che assomigli alla verità.
La notizia che rimbalza su tutti i canali è questa: Trump ha annunciato che prorogherà la tregua con l’Iran fino alla conclusione dei negoziati. Una frase che, a pensarci bene, equivale a dire che si rinvierà il temporale finché non smetterà di piovere. I negoziati, per definizione, non concludono mai fino a quando concludono — e quando concludono, spesso non è nel senso che si sperava.
La BBC ci dice intanto che la chiusura dello Stretto di Hormuz sta facendo aumentare la domanda di petrolio statunitense. Ovvero: dalla crisi c’è sempre qualcuno che guadagna, e questa volta l’indirizzo è noto. Non è cinismo, è semplicemente la grammatica del capitalismo fossile applicata alla geopolitica.
Quello che mi colpisce di più, però, è la domanda del New York Times: ci si può fidare di Trump? L’Iran se lo chiede, e i suoi dubbi gettano un’ombra concreta sui colloqui. È una domanda legittima. Trump ha dimostrato in ogni stagione della sua vita pubblica una capacità sorprendente di cambiare versione — non per calcolo raffinato, ma per quella peculiare forma di improvvisazione che lui chiama “l’arte della trattativa” e che i suoi interlocutori chiamano, più sobriamente, imprevedibilità strutturale. Firmare un accordo con Trump assomiglia a comprare un appartamento da un costruttore che nel frattempo ha già cambiato il progetto tre volte.
Nel frattempo da Teheran arriva la solita retorica della resistenza — “resistere alle prepotenze”, dice la leadership iraniana citata da Al Jazeera — ma la retorica della resistenza, quando i porti sono bloccati e l’economia strozzata, ha il sapore amaro delle parole dette ad alta voce per non sentire il silenzio che viene da fuori.
C’è poi l’Iraq, che la stampa araba segue da settimane con attenzione che la stampa occidentale fatica a replicare. Il New York Times arriva ora a notare che Washington sta aumentando la pressione su Baghdad perché prenda le distanze da Teheran. Al-Akhbar, il quotidiano libanese vicino all’asse della resistenza, la legge diversamente: l’Iran starebbe già orientando i suoi alleati verso un candidato che non dispiaccia agli americani. Traduzione: la guerra, almeno quella aperta, si trasforma in politica — e la politica è sempre più complicata della guerra, perché non ha un fronte visibile.
Almada, quotidiano iracheno, aggiunge un dettaglio che vale la pena registrare: Baghdad in questo momento assomiglia a una “Islamabad alternativa”, il luogo attraverso cui Washington e Teheran si scambiano messaggi che non possono dirsi direttamente. La diplomazia parallela, quella vera, si fa sempre attraverso intermediari — e l’Iraq, terra di tutti e di nessuno, è il candidato naturale.
Cambio continente. In Messico due agenti della CIA muoiono in un incidente dopo un’operazione antidroga. Il Washington Post lo riferisce con quella prosa asciutta con cui si raccontano le cose che non si vogliono raccontare troppo. E sempre in Messico, un tiratore apre il fuoco sulla piramide di Teotihuacán — e nelle sue cose si trovano materiali sulla strage di Columbine. Il fascino oscuro di certi simboli non conosce confini geografici.
Il Paraguay accetta 25 migranti espulsi dagli Stati Uniti provenienti da paesi terzi. I funzionari di Trump valutano di mandare 1.100 afghani che hanno aiutato le forze americane — non in un paese sicuro, ma in Congo. È difficile non leggere in questo una metafora di ciò che l’America fa con i suoi debiti: li esporta, possibilmente lontano.
Il rapporto 2025/2026 di Amnesty International denuncia il “comportamento predatorio dei potenti” e chiede che si difenda l’ordine mondiale. È una frase giusta, e probabilmente inutile — come tutte le frasi giuste dette nel momento sbagliato. L’ordine mondiale, in questo preciso momento, sembra meno un edificio da difendere che un cantiere abbandonato dove ognuno porta via i mattoni che riesce.
In Perù il responsabile elettorale si dimette per la frustrazione dello spoglio che non finisce. In Corea del Sud la polizia cerca di arrestare il magnate miliardario che ha costruito l’impero dei BTS. Il mondo, nei suoi angoli più remoti e inaspettati, continua a fare le sue cose — con la consueta combinazione di grottesco e tragico che è la sua cifra costitutiva.
Cosa rimane, alla fine di questa rassegna? Una tregua che regge per ora. Uno Stretto chiuso che arricchisce i produttori texani. Un Iraq che funge da cassetta postale diplomatica. E la solita domanda sospesa nell’aria: ci si può fidare?
La risposta, probabilmente, è che non si tratta di fiducia. Si tratta di calcolo. E il calcolo, a differenza della fiducia, non ha bisogno di essere reciproco per funzionare — almeno per un po’.





