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C’è una domanda che il New Yorker di questa settimana pone quasi di sfuggita, in un pezzo sullo sviluppo umano, ma che in realtà attraversa tutto il resto come una lama silenziosa: quando diventiamo adulti, davvero? Non quando otteniamo la patente, non quando firmiamo il primo contratto, non quando la biologia ci consegna un corpo che ha finito di crescere. La domanda è più seria, e più inquietante: quando una civiltà, una nazione, un sistema di potere raggiunge quella forma di maturità che sa distinguere tra ciò che protegge e ciò che distrugge, tra la forza e la saggezza nell’uso della forza?
La risposta che emerge, guardando il panorama di questi giorni, è scomoda: forse non ci arriviamo mai. O forse — peggio — ci arriviamo e poi regrediamo.
Prendiamo la cyberwar. Sue Halpern, sul New Yorker, ricostruisce con precisione analitica anni di infiltrazioni iraniane nelle infrastrutture critiche americane: reti idriche, sistemi elettrici, ospedali, tubature digitali attraverso cui scorre la vita materiale di un paese. Non è fantascienza, non è geopolitica astratta. È la condizione concreta in cui vivono milioni di persone che non lo sanno. E il punto più bruciante dell’inchiesta non riguarda Teheran: riguarda Washington. L’amministrazione attuale — quella di Trump, diciamolo — avrebbe sistematicamente indebolito le difese americane proprio mentre la minaccia cresceva. Licenziamenti nei ranghi della cybersecurity, smantellamento di agenzie, disprezzo per la competenza tecnica in nome di una fedeltà politica che non sa nulla di firewall e protocolli. È la sindrome dell’uomo forte che si sente invulnerabile proprio mentre apre le porte di casa. Non è maturità: è adolescenza del potere, quella fase in cui si crede che il pericolo riguardi sempre gli altri.
E qui entra Richard Gadd. Half Man, il suo nuovo lavoro dopo Baby Reindeer, è una serie che esplora una relazione quasi familiare durata decenni, fatta di dipendenza, ambiguità, impossibilità di tagliare certi legami anche quando fanno male. Gadd è uno dei rari autori contemporanei capaci di mettere in scena quella zona grigia in cui le persone non sanno se sono vittime o complici, carnefici o figli. Baby Reindeer era questo: non un thriller sul molestatore, ma uno studio sul perché si rimane intrappolati, sul perché la ferita attira e respinge insieme. Half Man sembra proseguire su questo terreno, portando la domanda sull’età adulta al suo livello più intimo: si diventa adulti quando si riesce a lasciare andare — persone, ruoli, storie di noi stessi che ci siamo raccontati per anni. È un processo che non ha una data. Molti non lo completano mai.
Ma è il terzo tema — il più apparentemente leggero — quello che chiude il cerchio con una certa perfidia. Il golf LIV sta morendo di noia. Il progetto saudita di acquistare credibilità internazionale attraverso lo sport, riversando miliardi di petrodollari in tornei patinati e privi di storia, si sta rivelando un fallimento non politico ma esistenziale: nessuno guarda, nessuno si appassiona, i giocatori incassano ma non credono, il pubblico non arriva. La noia come verdetto. C’è qualcosa di profondamente istruttivo in questo: il denaro può comprare la forma di uno sport, ma non può comprare il senso. Può costruire l’involucro della maturità — le istituzioni, i tornei, le divise — ma non la sostanza. Il golf LIV è la metafora perfetta di un potere che non è mai cresciuto davvero, che crede che il mondo si compri e si tenga con i soldi, senza capire che ciò che tiene insieme una comunità — sportiva, politica, civile — è qualcosa che non si acquista: si guadagna nel tempo, con la coerenza, con la capacità di perdere e ricominciare.
Mettendo insieme i tre pezzi, emerge un ritratto inquietante del momento che stiamo attraversando. Le democrazie occidentali lasciano sguarnite le proprie infrastrutture digitali per calcoli di corto respiro. I potentati del Golfo comprano atleti e tornei credendo di comprare prestigio. Le serie televisive più intelligenti ci chiedono ossessivamente quando e se usciamo dall’adolescenza psicologica. Non è una coincidenza tematica: è la stessa domanda, declinata su scale diverse.
Diventare adulti — come individui, come sistemi politici, come civiltà — significa accettare che esistono minacce reali che richiedono competenza, non arroganza. Che esistono legami che vanno elaborati, non solo subiti o recisi. Che il denaro, da solo, non produce senso. Significa, in fondo, rinunciare all’illusione di essere invulnerabili.
Il mondo che il New Yorker di questa settimana ci restituisce è un mondo che fatica enormemente a fare questo passo. Un mondo che ha l’età adulta anagrafica ma non quella interiore. Che costruisce arsenali digitali e li lascia indifesi. Che finanzia lo sport e lo svuota di passione. Che racconta storie di dipendenza affettiva perché riconosce in esse qualcosa di familiare.
Quando diventiamo adulti, davvero? Forse quando smettiamo di fare queste cose. Siamo ancora lontani.





