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C’è una domanda che nessuno sembra volersi porre, a Siena, sul Biotecnopolo. Non è una domanda scientifica. È una domanda istituzionale, di quelle che una città con la nostra storia dovrebbe saper fare: di chi è, questa fondazione? E a chi risponde?
La risposta, se si ha la pazienza di leggere lo statuto e seguire i fili della governance, è semplice e un po’ scomoda. Il Biotecnopolo di Siena è una fondazione di diritto privato i cui membri fondatori sono quattro ministeri — Economia, Salute, Università, Imprese — con sede legale e operativa in Siena. Il Consiglio di amministrazione, cinque membri, è nominato con decreto del Presidente del Consiglio. Il Direttore Generale è nominato dal CdA su proposta del Ministro della Salute, sentiti gli altri ministeri. Il Comune di Siena partecipa attraverso la Fondazione Toscana Life Sciences con una quota dell’1 per cento — quota che la stessa sindaca ha pubblicamente definito “irrilevante.”
Siena, in altre parole, è la sede. Non è il soggetto.
Questa distinzione non è un dettaglio tecnico. È la sostanza politica dell’intera vicenda. Un’istituzione nazionale con sede a Siena ha una logica completamente diversa da un’istituzione senese con proiezione nazionale. Nel primo caso il territorio ospita, nel secondo il territorio governa. Noi siamo nel primo caso, e faremmo bene ad ammetterlo con chiarezza invece di raccontarci storie consolatorie.
La narrazione dominante ha costruito intorno al Biotecnopolo un’immagine imperniata sulla figura del direttore scientifico Rino Rappuoli. Ogni convegno, ogni articolo, ogni dichiarazione pubblica lo mette al centro. E questa centralità non è casuale: serve. Serve a deflettere le domande scomode, a rendere difficile la critica — chi mette in discussione il Biotecnopolo sembra mettere in discussione lui, e criticare uno scienziato di fama internazionale appare provinciale, invidioso, anti-scientifico. Il nome prestigioso in vetrina impedisce di guardare cosa c’è dietro la vetrina.
Dietro c’è Gianluca Polifrone, Direttore Generale con poteri ben diversi da quelli scientifici: gestisce il personale, esercita la spesa, rappresenta la fondazione nei contratti, compra immobili. È stato lui, non Rappuoli, a firmare la dichiarazione sull’acquisizione del Medicine Research Center. La riorganizzazione interna ha esplicitamente introdotto questa figura manageriale proprio perché i precedenti assetti, si è detto ufficialmente, “avevano mostrato forti limiti sul piano dell’efficienza operativa.” Traduzione: la sola direzione scientifica non bastava. Ma di Polifrone non parla quasi nessuno. Di Rappuoli parlano tutti.
L’architettura del potere reale non coincide con l’architettura della narrazione pubblica. E questo, in una città che ha la memoria lunga, dovrebbe farci riflettere.
Ho vissuto abbastanza stagioni istituzionali senesi da riconoscere questo schema. Lo abbiamo visto con il Monte dei Paschi, quando il nome e la storia millenaria della banca coprivano trasformazioni proprietarie che spostavano il centro del potere lontano dalla città. Lo abbiamo visto con Santa Maria della Scala, quando la grandiosità culturale del progetto oscurava le domande sulla governance concreta e sulla sostenibilità reale. In entrambi i casi Siena ha partecipato alla narrazione del proprio prestigio senza partecipare alle decisioni che contavano.
Il Biotecnopolo ripete questo schema in forma aggiornata. La città ospita i laboratori, fornisce il nome, celebra i convegni internazionali. Roma decide, nomina, finanzia e — quando ritiene — cambia rotta. I trecentoventi milioni del PNRR sono stati ridotti, spostati sul Piano Nazionale Complementare, rimodulati nei tempi. Tutto dentro una governance che a Siena non fa capo.
Non sto dicendo che la presenza del Biotecnopolo sia priva di valore. Sto dicendo che una comunità consapevole dovrebbe distinguere tra il valore di un’istituzione e il controllo su di essa. Dovrebbe chiedersi non solo cosa produce il Biotecnopolo in termini scientifici, ma cosa lascia al territorio in termini di governance, occupazione stabile, trasferimento di competenze, radicamento istituzionale duraturo.
Quaranta ricercatori assunti, con l’obiettivo dichiarato di arrivare a centocinquanta entro il 2026. È un dato reale. Ma centocinquanta persone in una fondazione governata da Roma, con finanziamenti straordinari a scadenza e sedici milioni annui di funzionamento ordinario, non costruiscono un ecosistema. Costruiscono una dipendenza.
La vera sfida del Biotecnopolo non è scientifica. È politica, nel senso più nobile del termine: riuscire a trasformare una sede in un soggetto, una presenza in un radicamento, un presidio nazionale in una istituzione che risponda anche — non solo — al territorio che la ospita.
Finché questo non accade, il Biotecnopolo resterà una cattedrale bellissima in una città che ne custodisce le chiavi senza sapere chi ha il potere di cambiarle la serratura.





