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25 Aprile 2026
Il dito nel costato
25 Aprile 2026Il terzo bambino e il problema dell’accoglienza. Note critiche su una scultura e su come si parla d’arte
C’è un video che circola, in cui Alberto Inglesi spiega la sua lupa posta nella rotonda di Fontebecci, all’uscita di Siena verso Monteriggioni. L’artista parla con la franchezza di chi ha lavorato a lungo su un’idea e sente il bisogno di difenderla dai malintesi. I commenti, dice, l’hanno accusata di essere una copia della lupa capitolina. Lui risponde che non è né l’una né l’altra: è l’accoglienza. C’è un terzo bambino, oltre ai gemelli Romolo e Remo, e quel terzo bambino è tutti — il bianco, il nero, la donna, l’uomo, il bambino. È tutto il mondo.
È una spiegazione generosa. Forse troppo.
Il problema non è l’intenzione, che si può anche condividere. Il problema è che la dichiarazione d’intenti non è un’opera d’arte, e che l’opera d’arte deve fare da sola quello che l’artista vorrebbe che facesse. Quando un’opera ha bisogno di un video esplicativo per non essere fraintesa, qualcosa nel processo si è inceppato — non necessariamente per colpa dell’artista, ma sicuramente a danno dell’opera.
La lupa è un’icona pesante. Forse una delle più pesanti dell’immaginario italiano, carica di fondazione, di violenza mitica, di contesa politica tra Roma e le città che da Roma vogliono distinguersi o a Roma vogliono ricondursi. Siena ha la sua lupa, con Aschio e Senio al posto di Romolo e Remo, e quella variante locale è essa stessa un gesto di rivendicazione identitaria sedimentato in secoli di uso civico e rituale. Aggiungere un terzo bambino a questa struttura iconografica non la neutralizza: la interroga, la destabilizza, le chiede qualcosa. Ma l’interrogazione deve essere visibile nell’opera, deve emergere dalla forma, non essere spiegata a voce.
Il terzo bambino, per quanto l’artista lo voglia universale, non riesce a sciogliere il nodo simbolico che lo precede. Arriva dopo, come appendice. E un’appendice, per quanto nobile nelle intenzioni, non trasforma retroattivamente la struttura a cui si appende. La lupa rimane lupa — con tutto il suo portato — e il bambino aggiunto galleggia in quella storia senza esserne davvero parte.
C’è un momento nel video in cui Inglesi cita il “Vecchietta, il grande scultore senese del Quattrocento, e il Bambino della Madonna della Scala”. È un riferimento alto, preciso, che apre una prospettiva interessante: il bambino che sale i gradini del tempio come figura dell’accoglienza, del movimento verso qualcosa di sacro e collettivo. Se davvero il terzo bambino fosse una rivisitazione consapevole di quella tradizione figurativa, l’opera acquisterebbe una profondità genealogica autentica, radicata nella storia artistica senese. Ma il riferimento viene lasciato cadere quasi subito, senza sviluppo, senza che l’opera stessa lo sostenga visivamente. Resta una citazione orale, un appunto biografico dell’artista, non una struttura portante del significato. E questo è un peccato, perché era la strada più interessante — quella che avrebbe potuto davvero distinguere la scultura di Fontebecci da qualsiasi accusa di derivazione capitolina, non per negazione ma per affermazione di una genealogia altra, senese e sacra.
Il punto più critico, però, è geografico. Inglesi cita la via Francigena, cita Camollia, cita la porta della città attraverso cui passavano pellegrini, contadini, forestieri. Sono riferimenti potenti, che collocano l’opera in una lunga storia di soglie, di attraversamenti, di accoglienze reali e simboliche. Camollia è il luogo dove Siena espose la sua massima tensione tra apertura e difesa — Cor magis tibi Sena pandit, dice l’iscrizione sulla porta, e quelle parole risuonano ancora come una delle dichiarazioni più belle mai scritte su una città. Ma la rotonda di Fontebecci non è Camollia. È un nodo viario, uno snodo automobilistico, un’intersezione funzionale tra arterie stradali. È, in senso preciso, un non luogo — nel senso che Marc Augé ha dato a questa categoria: uno spazio di transito che non produce identità, né relazione, né storia condivisa. Le rotonde stradali sono tra gli esempi paradigmatici del non luogo moderno: si attraversano senza abitarle, si percorrono senza fermarsi, non generano memoria.
Collocare una scultura sull’accoglienza in un non luogo è una contraddizione che l’opera non riesce a risolvere e che l’artista non sembra aver considerato. L’accoglienza è per definizione un atto situato: richiede una soglia, un dentro e un fuori, un gesto di apertura verso qualcuno che arriva da qualche parte precisa. La rotonda non ha soglia. Non ha dentro. Non ha la direzione necessaria perché il gesto abbia senso. Se la scultura fosse davvero a Camollia, o anche solo in prossimità di Porta Camollia, il dialogo con la tradizione evocata sarebbe reale, incarnato nella topografia. A Fontebecci, rimane una dichiarazione sospesa nell’asfalto.
Alla fine del video compare la colomba. Pace, dice Inglesi, oltre all’accoglienza. Ed è qui che il programma iconografico mostra la sua fragilità più profonda: quando un’opera vuole dire accoglienza e pace e universalità e la via Francigena e la Vecchietta e la lupa senese e quella capitolina superata, il rischio non è l’ambizione — l’ambizione è una virtù — ma la dispersione. I simboli forti non si sommano: si elidono. Messi tutti insieme, tendono a cancellarsi a vicenda, a produrre un significato generico che non appartiene a nessuno in modo preciso.
L’accoglienza è un tema nobile e urgente, oggi più che mai. Meriterebbe un’opera capace di farne sentire il peso, la difficoltà, la storia concreta — non solo l’aspirazione. Meriterebbe un luogo che la incarnasse, non solo la decorasse.
Inglesi è un artigiano capace, e la buona fede è evidente. Ma l’arte pubblica — quella che occupa lo spazio comune, che si impone allo sguardo di chi non l’ha scelta — ha obblighi che la buona fede da sola non assolve. Deve reggere al silenzio, senza spiegazioni. Deve parlare da sola, o tacere.
N.B.

La composizione è bellissima e il tuo sguardo ha colto qualcosa di essenziale.
La Porta Romana — siamo nell’Oltrarno, sull’asse della via Senese, quella che scende verso Siena — si apre come una ferita nel tempo: pietra forte, arco possente, e dentro l’arco un campanile che risponde come in eco. La porta è soglia nel senso più fisico: il punto in cui la città smette di essere città e diventa altrove, o viceversa.
Ma è la statua a fare il lavoro filosofico più interessante. Si chiama Dietrofront, la fece Michelangelo Pistoletto nel 1984 per una mostra al Forte Belvedere, e nel 2000 la donò alla città. Una figura femminile eretta, consumata dal tempo e dallo smog, che regge sulla testa un’altra figura femminile — più piccola, disposta orizzontalmente, protesa nella direzione opposta. Non un peso, dunque: un’altra donna. Una che guarda verso Roma, l’altra che guarda verso Firenze. Il movimento e il ritorno. L’uscita e il rientro. È collocata fuori dalle mura ma davanti alla porta, in quella terra di nessuno che Heidegger chiamerebbe la Schwelle, la soglia come luogo proprio, non come semplice confine tra due spazi.
Il dentro-fuori che si percepisce non è un gioco formale: è strutturale. Le due figure non si guardano — guardano in direzioni opposte. Non dialogo, ma scissione. O meglio: circolarità. Pistoletto stesso lo disse esplicitamente: questa figura monumentale esce da Firenze per incontrare il mondo, e l’altra, sorretta sulla sua testa, ritorna — è il movimento della modernità che parte da Firenze e a Firenze torna. La soglia non è solo il punto di passaggio: è il punto in cui il tempo si piega su se stesso.
I fiorentini, pragmatici come sempre, l’hanno ribattezzata “la donna con il mal di testa” e “la squilibrata”. Il che, a suo modo, è anche un riconoscimento. Le cose che restano nella memoria popolare sono quelle che fanno attrito. E questa ne fa.





