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Nico Bartalini lancia la sua candidatura alla segreteria provinciale del Pd con un motto che suona come una promessa metafisica: “illuminare tutto”. La luce, dice, è anche un atto di coraggio. Caravaggio avrebbe sorriso — lui che la luce la strappava dal buio, che non illuminava tutto ma sceglieva cosa lasciare nell’ombra, perché sapeva che è nell’ombra che si nasconde la verità.
Il problema di Bartalini non è la buona volontà. È che parla come un pittore manierista: riproduce la posa del candidato progressista che si rivolge ai ceti medi senza mai toccare la ferita. Nomina i soggetti — piccole e medie imprese, professionisti, partite IVA — con la sicurezza di chi ha imparato la lista a memoria. Ma nominarli non è rappresentarli.
Le partite IVA e i professionisti soffrono di cose concrete e precise: il peso del regime contributivo INPS sulla gestione separata, che è una tassa mascherata sul lavoro autonomo; l’accesso al credito bancario quasi impossibile senza busta paga; la volatilità del reddito trattata fiscalmente come se fosse stabile, con effetti devastanti sull’IRPEF progressiva. Sono nodi strutturali che si sciolgono solo con riforme nazionali — dell’IRPEF, dei coefficienti del regime forfettario, delle garanzie pubbliche al credito. Un segretario provinciale del Pd non tocca nessuna di queste leve. Può fare sportelli, semplificare qualche procedura urbanistica, facilitare l’accesso ai Confidi. Misure di accompagnamento, non di struttura.
Il problema più profondo è però un altro. Bartalini elenca i ceti medi come categoria di mercato, non come soggetto politico con una storia, una paura, un desiderio di riconoscimento. I blocchi sociali non si costruiscono nominando i soggetti: si costruiscono trovando l’interesse comune che li tiene insieme. Togliatti lo sapeva. De Gasperi lo sapeva. Gramsci lo chiamava egemonia: non basta descrivere i ceti, bisogna costruire la loro rappresentanza simbolica e materiale insieme, a partire da un centro politico che abbia una visione della redistribuzione. Quella protezione che i ceti medi cercano oggi non è solo fiscale — è protezione contro la precarizzazione del figlio laureato, contro il costo della sanità privata quando quella pubblica non regge, contro la perdita di valore della casa come unico patrimonio familiare. Sono paure che attraversano il ceto e lo unificano, ma solo se qualcuno le riconosce per quello che sono: non un problema di categoria, ma una questione di civiltà.
Bartalini dice che le crisi occupazionali “si stratificano”. È una parola bella, geologica, quasi scientifica. Ma nessun dito entra dentro lo strato. Le scienze della vita, il polo farmaceutico e biomedico senese, la rete universitaria — vengono citate e abbandonate, come tutto il resto. Ogni volta che si avvicina al concreto, si ferma sulla soglia.
Non è ingenuità. È strategia. Se entri nel dettaglio delle scienze della vita devi dire chi finanzia, chi decide, chi esclude. Se entri nel dettaglio fiscale devi ammettere che il Pd nazionale ha governato senza mai riformare seriamente l’IRPEF sui redditi variabili, senza mai toccare la gestione separata INPS. Il dettaglio divide. Il vago unisce. È un congresso provinciale: l’obiettivo non è avere ragione, è costruire una coalizione abbastanza larga da vincere. “Illuminare tutto” non è un programma — è pane di nozze. Abbondante, bianco, senza sapore, adatto a tutti. E chi conosce la storia sa che la promessa di portare luce dove regna il buio, di squadrare ogni pietra grezza fino a renderla perfetta, è un’idea antica — molto più antica del Pd.
Tommaso non si fidava delle apparizioni. Voleva toccare. E in Caravaggio quel dito che entra nella ferita del Cristo risorto non è un gesto di dubbio — è il gesto più serio che esista: la verifica. La politica che annuncia senza toccare, che illumina senza scegliere cosa lasciare nell’ombra, non è politica. È manierismo. Caravaggio era inutilizzabile in politica — troppo preciso, troppo crudele con la luce. Avrebbe dipinto il piccolo imprenditore con le mani rovinate. Non con la cravatta.
Detto questo, se Bartalini dovesse vincere il congresso, gli auguri sono sinceri. Non perché il vago diventi concreto per decreto, ma perché governare — anche una segreteria provinciale — costringe prima o poi a fare i conti con la realtà. E la realtà non si lascia illuminare tutta. Prima o poi spegne qualche luce. E lì, in quell’ombra inattesa, comincia la politica vera.





