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Opposizione senza bussola a Piancastagnaio
Di Pierluigi Piccini
C’è qualcosa di rivelatore nel modo in cui l’opposizione consiliare di Piancastagnaio esercita il suo ruolo. A definirla non sono le parole, ma quello che non riesce a fare: entrare nei contenuti, misurarsi con i processi reali, abitare il presente del paese.
L’opposizione che conosciamo è un’opposizione di tipo burocratico. Cerca la procedura non rispettata, il passaggio formale mancante, la buccia di banana su cui far scivolare l’avversario. E quando la buccia di banana ha qualche profumo penale, ancora meglio: si moltiplicano le segnalazioni, le richieste di accesso agli atti, i comunicati che profumano di denuncia senza mai avere il coraggio di diventarlo davvero. È un’opposizione che ha imparato a usare la burocrazia come arma politica — che è esattamente il contrario di fare politica.
Ma il problema più profondo è altrove. È una questione di sguardo. L’opposizione ha la testa rivolta indietro. Cerca l’eredità di Vagaggini come orientamento, come bussola. Si muove nella nostalgia di una fase che è finita, senza accorgersi che il paese intorno è cambiato. Che la struttura economica e sociale di Piancastagnaio è in piena trasformazione. Che ci sono filiere energetiche da ridisegnare, aree produttive da rigenerare, giovani da trattenere, identità culturale da reinventare. Che tutto questo richiede non il bilancino dei vizi procedurali, ma la capacità di stare dentro la complessità con visione.
C’è in questo atteggiamento una vena ideologica — non quella nobile, che produce analisi e proposta, ma la sua forma degenerata: il riflesso pavloviano, la fedeltà al gruppo contro l’evidenza dei fatti. Un’ideologia senza pensiero, che non illumina il presente ma lo oscura. I suoi effetti si sono visti proprio in questi ultimi giorni.
Il rischio reale è che il tutto si riduca alla vecchia contrapposizione. Con una differenza però decisiva: uno dei due poli è cambiato. La maggioranza ha compiuto uno scarto, ha spostato il discorso pubblico verso le trasformazioni strutturali, i processi, le scelte di lungo periodo. E questo ha creato un vuoto che la politica pianese non riesce più a incasellare. L’opposizione continua a rispondere a domande che non vengono più poste, a combattere su un terreno che si è già spostato. È il disagio di chi cerca il nemico dove era ieri e non lo trova più.
È vero che in qualche caso si sono intraviste convergenze — segnali che qualcosa si muove anche dall’altra parte. Ma questi segnali vengono puntualmente annullati dalla ricerca della buccia di banana, dalla tentazione di ricondurre tutto alla polemica procedurale. Non si chiede all’opposizione di condividere una visione — sarebbe pretendere troppo. Si chiede qualcosa di più elementare e più necessario: comprendere le contraddizioni reali del territorio, saperle leggere prima che esplodano, rispondervi con proposte che abbiano il respiro che il momento richiede. Questo, ancora, non si vede.
E tuttavia il problema non riguarda solo l’opposizione. Perché anche lo scarto compiuto dalla maggioranza resta fragile finché non trova radicamento. Innovare non è solo amministrare diversamente: è costruire attorno a sé un blocco di cittadini ed elettori che riconosca il nuovo che si vuole edificare e lo sostenga nei momenti di resistenza. Questa consapevolezza deve maturare prima di tutto dentro la maggioranza stessa — nei suoi rappresentanti, nel modo in cui leggono il territorio, nel coraggio con cui si misurano con le sue contraddizioni. Senza questo ancoraggio, il rischio è che le energie si consumino nella contrapposizione quotidiana e che i meccanismi di riforma vengano logorati uno ad uno, prima ancora di dispiegare i loro effetti.
Per fare opposizione vera bisogna avere un’idea di paese. Ma per riformare davvero, bisogna avere un paese con sé.





