
Addio a Georg Baselitz, muore a 88 anni l’artista che ha capovolto la pittura
1 Maggio 2026
La settimana culturale 2–9 maggio 2026
2 Maggio 2026
C’è una soglia oltre la quale le notizie smettono di essere informazione e diventano sintomo. Quando in un solo giorno si leggono, nell’ordine: un padre di famiglia che ha violentato trentaquattro bambini tra i tre e i nove anni in un villaggio del Beaujolais; un aumento del quindici per cento sul prezzo del gas per milioni di famiglie francesi; un blocco jihadista intorno a Bamako; e una lettera di Guéant che smentisce Sarkozy al processo sul finanziamento libico — quando tutto questo accade simultaneamente, nello stesso spazio tipografico, con la stessa impaginazione sobria e professionale, qualcosa si incrina nella percezione ordinaria del presente.
Non è questione di gerarchia dei mali. È questione di struttura.
Il caso di Lucenay è il più oscuro, e non solo per la natura dei crimini. Un uomo tenta il suicidio — un albero, una corda, una lettera — e sopravvive. Sopravvivendo, rivela. I gendarmi costruiscono due tabelle: una assomiglia al registro fotografico di una classe scolastica. Trenta ritratti di bambini. Non in un archivio scolastico, ma in un verbale della brigata. È questa l’immagine che rimane: la forma innocente della scuola applicata all’orrore. La struttura del quotidiano come contenitore di ciò che il quotidiano non dovrebbe poter contenere.
Il gas costa di più dal primo maggio, per ragioni che vengono dal Medio Oriente e dalla fiscalità sul carbonio. I prezzi saliranno ancora nei prossimi anni. È una notizia economica, certo, ma è anche una notizia antropologica: milioni di persone dovranno scegliere tra il caldo e altro. Questa scelta non ha nome nei dibattiti politici europei. Ha solo un numero percentuale.
A Bamako il GSIM, la frangia saheliana di Al-Qaida, ha decretato un blocco della capitale. La Francia consiglia ai suoi cittadini di lasciare temporaneamente il paese. È una frase burocratica, quasi neutra. Ma nasconde una sconfitta strategica di proporzioni che l’Europa occidentale fatica ancora a misurare: il Sahel non è più un teatro di intervento umanitario-militare. È una regione in cui i movimenti armati dettano la geografia del possibile.
E poi Sarkozy. La lettera di Guéant che lo smentisce in appello, al processo sul presunto finanziamento libico della campagna del 2007. Una vicenda vecchia di quasi vent’anni che ritorna, come spesso accade con i potenti, attraverso la carta scritta dagli stessi collaboratori che si pensava fossero stati messi al sicuro. La parola dell’ex segretario generale dell’Eliseo contro quella del presidente. Due versioni. Una corte d’appello. La lentezza della giustizia come forma di erosione della memoria collettiva.
Infine, quasi in margine: la commissione parlamentare sull’audiovisivo pubblico francese descritta come un tribunale travestito da commissione d’inchiesta, con il relatore che avrebbe diffuso informazioni false durante le audizioni. Non è un dettaglio. È la forma che stanno prendendo alcune istituzioni democratiche quando vengono attraversate da culture politiche che non credono nelle istituzioni democratiche.
Cosa accomuna queste cinque notizie? Non un filo narrativo comodo, non una tesi da manuale. Le accomuna piuttosto una certa qualità dell’aria: quella di un tempo in cui le strutture di protezione — la famiglia, lo stato, l’alleanza militare, la giustizia, l’informazione pubblica — sembrano tutte, simultaneamente, sotto pressione o già compromesse.
Non è catastrofismo. È lettura. E la lettura, in certi momenti, è l’unica forma di resistenza disponibile.




