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Quattro mostre, quattro modi di essere al mondo. Li accosto non per capriccio geografico ma perché, letti insieme, rivelano qualcosa sull’arte contemporanea che difficilmente emerge da ciascuno preso singolarmente: la sua ostinata fedeltà al corpo come luogo di verità.
George & George — così li chiama affettuosamente il titolo — aprono al Gilbert & George Centre di Londra un omaggio al loro amico senzatetto, figura ricorrente nelle loro opere monumentali. C’è qualcosa di profondamente sovversivo in questo gesto: i due artisti che hanno trasformato la loro stessa vita in opera d’arte scelgono di condividere il monumento con chi non possedeva nulla, nemmeno una dimora. Il senzatetto come soggetto estetico, come co-protagonista, come amico — questa triplice identità spezza la gerarchia tra chi guarda e chi viene guardato, tra chi crea e chi abita la creazione. L’arte come ospitalità radicale.
Lynn Chadwick a Houghton Hall porta le sue sculture all’aperto, nel paesaggio del Norfolk. Le opere di Chadwick — angolari, metalliche, in bilico tra l’astrazione e qualcosa che somiglia ancora a una figura umana — dialogano con il cielo inglese in un modo che nessuna sala museale potrebbe permettere. Post-bellico nel senso più letterale: Chadwick aveva fatto il pilota durante la guerra, e nelle sue sculture si sente ancora quella tensione tra il peso del ferro e il desiderio di volo. Il corpo che cerca la verticale.
Angel Otero da Hauser & Wirth Somerset porta una tecnica pittorica che è già di per sé una dichiarazione poetica: la pittura accumulata, stratificata, quasi topografica. Originario di Puerto Rico, Otero lavora costruendo superfici che sembrano sedimenti geologici — la memoria come materia, l’immagine come stratigrafia. Il corpo come archivio.
Daiga Grantina al Warwick Arts Centre di Coventry porta infine qualcosa di più enigmatico e forse più inquietante: la scultura astratta che evoca la natura senza rappresentarla, che suggerisce il lussureggiante senza mostrarlo. Lettone, parigina d’adozione, Grantina lavora in quello spazio sottile dove la forma non ha ancora deciso cosa vuole essere. Il corpo come potenza non ancora manifesta.
Quattro artisti, quattro paesi d’origine, quattro modi di trattare la materia. Ma in tutti e quattro c’è questa comune resistenza all’immateriale, al digitale, all’arte che si consuma sullo schermo. La presenza fisica — del corpo amico, della scultura nel vento, della pittura accumulata, della forma che cresce — come atto politico. Come se l’arte, in questo momento storico, avesse deciso di rispondere alla virtualizzazione del mondo ribadendo con ostinazione che la realtà si tocca.





