
Quattro corpi
2 Maggio 2026
The Classroom and the Favela: Two Stories About What Belongs to Whom
2 Maggio 2026Il primo maggio dei cinque misteri
C’è un esercizio che faccio ogni anno, tra la fine di aprile e il primo di maggio: raccolgo le notizie che non avrei immaginato di leggere insieme, e provo a capire cosa ci stanno dicendo. Quest’anno il filo è sottile ma resiste.
Primo mistero. Pangea pubblica un pezzo su Alessandro — il Grande, s’intende — e sui burocrati del Ministero che lo tengono fuori dai programmi scolastici, o lo confinano in una nota a piè di pagina. L’uomo che a trentatré anni aveva percorso il mondo conoscibile da Pella all’Indo viene trattato come una pratica arretrata. C’è qualcosa di comico e di tragico insieme nell’immagine di un funzionario ministeriale che firma un decreto e, facendo così, cancella dalla testa dei ragazzi il senso del limite come sfida. Alessandro era molte cose discutibili — un conquistatore, un megalomane, forse un assassino — ma era soprattutto uno che non aveva paura del bordo della carta geografica. Noi invece abbiamo paura del bordo del modulo.
Secondo mistero. Il Bo Live ci racconta che Giorgio Parisi e i fisici dell’intelligenza artificiale lavorano sulla rottura della simmetria. È un concetto bellissimo e inquietante: la simmetria si rompe quando un sistema che avrebbe potuto andare in molte direzioni equivalenti sceglie, o viene costretto a scegliere, una direzione soltanto. I cristalli si formano così. Le galassie spiralano così. E le civiltà, verrebbe da aggiungere, imboccano i loro vicoli così — senza accorgersene, nel momento in cui la simmetria cede. L’intelligenza artificiale ci pone davanti alla stessa domanda: in quale direzione si sta rompendo la nostra simmetria? Chi la sta rompendo?
Terzo mistero. La Svezia — la Svezia, il paese che per trent’anni è stato il modello della digitalizzazione felice e inevitabile — reintroduce carta e penna nelle scuole. La Rivista Studio lo racconta con l’understatement che la notizia merita, ma la notizia è enorme. Significa che da qualche parte nel Nord Europa qualcuno si è fermato a guardare i dati sulle capacità cognitive dei bambini cresciuti con lo schermo e ha deciso che non gli piacevano. È una rottura di simmetria anche questa: il futuro non stava dove pensavamo. O forse stava esattamente dove l’avevamo lasciato, in una cartella di seconda elementare con la copertina di plastica rossa.
Quarto mistero. Internazionale dedica la sua attenzione a A Love Supreme di John Coltrane. Usciva nel 1965, nell’anno in cui tutto stava per esplodere e qualcuno sentiva già l’esplosione arrivare e cercava di trasformarla in preghiera. Coltrane non era un uomo di pace nel senso consolatorio del termine: era un uomo che cercava Dio con la stessa urgenza con cui Alessandro cercava Susa. Questo disco è una suite in quattro parti — riconoscimento, risoluzione, inseguimento, salmo — e non è un caso che esca il 30 aprile, alla vigilia. La vigilia chiede questo: che qualcosa venga riconosciuto, che si prenda una risoluzione, che ci si metta a inseguirla, e che alla fine si trovino le parole per dirla.
Quinto mistero. Dissonanze, il primo maggio, pubblica i corpi. Quelli che la sera non rientrano a casa perché sono morti sul lavoro. In Italia muoiono sul lavoro circa tre persone al giorno. Non è una metafora. Non è una statistica con la quale possiamo fare pace. È un fatto che ha nomi e cognomi e figli che aspettano e mogli che sentono il telefono squillare in modo sbagliato.
Cosa tengono insieme questi cinque misteri? Li tiene insieme una domanda che non formuliamo mai abbastanza chiaramente: chi decide come viene usato il tempo degli esseri umani? I burocrati del ministero decidono quanto tempo i ragazzi passano con Alessandro. I fisici studiano i sistemi che decideranno, probabilmente, come noi usiamo il nostro tempo tra vent’anni. Gli svedesi hanno deciso che era ora di recuperare il tempo che i bambini passano con la loro testa, non con uno schermo. Coltrane ha usato trentadue minuti di tempo per costruire una cattedrale sonora che parla ancora. E qualcuno — un datore di lavoro, un cantiere, un meccanismo produttivo — ha preso il tempo di tre persone al giorno e non gliel’ha restituito.
Il primo maggio era nato per parlare di questo. Non solo delle conquiste — i diritti, le ferie, le otto ore — ma del fatto che il tempo di un uomo è la cosa più sua che esiste, e che esiste un potere, sempre, disposto a toglierglierlo. Con un decreto. Con un algoritmo. Con un ponteggio senza le protezioni.
Alessandro aveva un generale di nome Nearco che teneva i conti della campagna e scriveva tutto. Anche lui burocrate, in fondo. Ma Nearco sapeva che stava annotando qualcosa di irripetibile. Il problema non è la burocrazia: è quando la burocrazia dimentica che dall’altra parte c’è qualcosa di irripetibile.
Buon primo maggio. Alle tre persone al giorno che non possono festeggiarlo.





