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Avvenire dedica oggi una pagina intera all’intelligenza artificiale con un impianto teologico-simbolico di tutto rispetto: non Babele ma Gerusalemme, non tecnocrazia ma discernimento, non schiavitù digitale ma umanesimo integrale. Il titolo di punta recita: «L’IA in mano a pochi, il rischio è che finisca con l’addomesticarci». Parole giuste. Tono giusto. E tuttavia — come si diceva ieri a proposito della stessa pagina — una critica che il sistema può assorbire tranquillamente, perché non ne tocca né la logica proprietaria né i meccanismi di rendita.
Dall’altra parte, il Work Trend Index 2026 di Microsoft — presentato ieri in Italia dai vertici di Microsoft e LinkedIn — offre una lettura speculare e complementare. I numeri sono impressionanti: il 58% degli utenti IA globali dichiara di saper fare cose che un anno fa non avrebbe potuto fare. Gli agenti IA nell’ecosistema Microsoft 365 sono cresciuti di quindici volte in un anno. In Microsoft stessa — duecentomila dipendenti — sono già operativi più di seicentomila agenti. Vincenzo Esposito, AD di Microsoft Italia, pone la domanda con disarmante franchezza: «Assumo persone o agenti?»
È una domanda che meriterebbe una risposta politica. Ottiene invece una risposta manageriale.
Il Report di Microsoft è onesto nei dati e reticente nelle implicazioni. Dice che solo 1 lavoratore su 5 in Italia percepisce una leadership aziendale allineata sulla strategia IA. Dice che il 65% degli utenti teme di restare indietro se non padroneggia questa tecnologia. Dice che i fattori organizzativi — cultura aziendale, supporto dei manager — pesano più del doppio rispetto alle capacità individuali nell’adozione dell’IA. Ma non dice chi paga il costo di questa transizione. Non dice cosa succede a chi non ce la fa. Non dice come si distribuisce il vantaggio produttivo generato dagli agenti tra azionisti, manager e lavoratori.
Marcello Albergoni di LinkedIn Italia invita a non «restare aggrappati al proprio lavoro» e ad aggiornare le competenze. È un consiglio ragionevole, individualmente. È anche un modo per scaricare sull’individuo una contraddizione che è sistemica. Il mercato del lavoro «a due velocità» che Albergoni descrive non è una legge di natura: è il risultato di scelte politiche precise su chi sostiene i costi della riqualificazione, chi regola l’adozione tecnologica, chi decide i tempi e i modi della transizione.
Qui Avvenire e Microsoft si incontrano, involontariamente, nello stesso punto cieco. Il giornale cattolico critica la tecnocrazia in nome dei valori; il report aziendale celebra la trasformazione in nome della produttività. Entrambi parlano di persone, competenze, umanesimo, flessibilità mentale, cultura dell’errore. Nessuno dei due nomina la parola redistribuzione. Nessuno chiede chi si appropria del surplus generato dall’automazione. Nessuno propone un meccanismo — fiscale, contrattuale, regolatorio — che trasformi il guadagno di produttività in bene collettivo.
Eppure la domanda è semplice. Se seicento agenti IA fanno il lavoro che prima facevano — poniamo — duecento persone, quella differenza di valore prodotta dove va? Agli azionisti di Microsoft, presumibilmente. E le duecento persone? Si «aggiornano», si «reinventano», coltivano le cinque C di LinkedIn — curiosità, coraggio, creatività, comunicazione, compassione verso i propri fallimenti. È un programma spirituale, non un programma economico.
Il Papa incontra i vertici delle grandi piattaforme. È una notizia. È forse anche un gesto simbolicamente potente. Ma la Chiesa ha una tradizione — dalla Rerum Novarum in poi — che non si ferma all’esortazione morale: entra nei rapporti di forza, chiede regole, chiede redistribuzione, chiede controllo democratico. Quella tradizione, oggi, tace.
Restiamo, ancora una volta, alla superficie. Da destra e da sinistra, dal pulpito e dalla sala conferenze, dal registro spirituale e da quello manageriale, si parla dell’IA come di un fenomeno da governare culturalmente. Nessuno la chiama con il suo nome più preciso: capitale in forma algoritmica, che obbedisce — come ogni capitale — alla logica della valorizzazione, dell’accumulazione, della rendita. Finché non si nomina quella logica, ogni discorso sull’intelligenza artificiale — per quanto sincero, per quanto nobile — è un discorso che non disturba nessuno.





