
Criteri, non peso. Sulla programmazione della viabilità provinciale
12 Luglio 2026
L’insegna e il moto perpetuo
13 Luglio 2026Su un articolo di Luigi Bisignani e su ciò che, a Siena, resta senza risposta
C’è un modo di raccontare Siena che si è consolidato in quattordici anni e che ormai nessuno mette più in discussione, perché ha la comodità di tutte le storie ben costruite: ha i cattivi, ha i risanatori, ha un giudice che alla fine separa il bene dal male. Un triangolo. E i triangoli hanno il pregio di stare in piedi da soli. Il guaio è che due lati di quel triangolo, nel frattempo, si sono sciolti nelle sentenze — e in questa città nessuno si è ancora preso la briga di chiedersi che cosa resti della figura.
Domenica 12 luglio Il Tempo pubblica, in apertura di Primo Piano, un intervento di Luigi Bisignani nella sua rubrica «Caro Direttore»: «Quelle piste estere sulla crisi di Mps». Il sottotitolo annuncia la narrazione dei servizi francesi e certi capitali russi in rotta verso Siena; l’occhiello si spinge oltre, evocando lobby transalpine che in Italia potrebbero contare sulle simpatie di tre ex presidenti del Consiglio.
Riferiamo di quell’articolo. Ma prima di riferirne dobbiamo dire chi lo firma, perché il lettore ha diritto di saperlo da noi, e non di scoprirlo dopo.
La scheda, per intero
Luigi Bisignani è oggi scrittore ed editorialista. Nel 1998 la Corte di cassazione ha confermato la sua condanna a due anni e sei mesi nell’inchiesta Enimont, per violazione della legge sul finanziamento pubblico dei partiti: una condanna definitiva, in uno dei processi simbolo di Tangentopoli. In conseguenza di essa, nel 2000, è stato radiato dall’Ordine dei giornalisti — ragione per cui la definizione corretta, oggi, è ex giornalista. Nel 2011, nell’inchiesta napoletana sulla cosiddetta P4, ha patteggiato davanti al gip di Napoli una pena a diciannove mesi, comprensiva delle accuse di favoreggiamento e rivelazione di segreto e della più grave contestazione associativa; nel novembre 2012 la Cassazione ha respinto il suo ricorso, rendendo la condanna esecutiva. Nel 1981 il suo nome comparve negli elenchi della loggia P2 rinvenuti a Castiglion Fibocchi: Bisignani ha sempre negato l’appartenenza a qualsiasi loggia, sostenendo che i suoi contatti in quell’ambiente derivavano dal fatto che, per l’ANSA, si occupava proprio di massoneria.
Ma la scheda sarebbe disonesta se si fermasse qui. In altri procedimenti l’esito è stato diverso, e va detto con la stessa nettezza. Nell’inchiesta Why Not gli atti relativi alla sua posizione furono annullati dal Tribunale del riesame di Catanzaro. Nel processo OPL245, sulla presunta maxi-tangente Eni-Shell in Nigeria — dove la procura di Milano aveva chiesto per lui sei anni e otto mesi — il Tribunale lo ha assolto il 17 marzo 2021, insieme a tutti gli altri imputati, perché il fatto non sussiste: assoluzione divenuta definitiva dopo la rinuncia all’appello da parte della Procura generale, nel luglio 2022.
Non riportiamo tutto questo per screditare l’autore. Lo riportiamo perché la materia di cui l’autore scrive — la circolazione di informazioni riservate, i rapporti opachi fra potere, finanza e informazione — è esattamente la materia in cui è stato coinvolto, e questo, al lettore, serve. Serve a leggere il testo con l’attrezzo giusto: quello che si usa per le scritture in cui l’informazione documentata e l’allusione non verificata viaggiano dentro la stessa frase, e a occhio nudo si distinguono a fatica. Distinguerle è il compito che ci assumiamo qui. Il giudizio, poi, resta al lettore.
Ciò che è documentato, e che nessuno può liquidare
Il primo strato dell’articolo non è dietrologia: sta negli atti. Ed è la parte che ci riguarda più da vicino.
Bisignani ricorda che l’intera costruzione giudiziaria sul Monte è crollata. Il 6 maggio 2022 la Corte d’appello di Milano ha ribaltato le condanne di primo grado, assolvendo tutti gli imputati — dagli ex vertici Giuseppe Mussari e Antonio Vigni alle banche estere Deutsche Bank e Nomura — nel processo sulle operazioni Alexandria, Santorini, Chianti Classico e Fresh, e revocando le confische agli enti per circa centocinquanta milioni. L’11 ottobre 2023 la Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso della procura generale, rendendo definitive quelle assoluzioni. Ciò che i giudici d’appello hanno smantellato è la tesi che stava alla base di tutto: il disegno criminoso per occultare le perdite.
Quanto alla ricostruzione più suggestiva di tutte — il mandate agreement nascosto in cassaforte — era caduta ancora prima. Condannati a Siena nel 2014, Mussari, Vigni e Gianluca Baldassarri furono assolti in appello a Firenze nel dicembre 2017; e nel luglio 2022, dopo il rinvio disposto dalla Cassazione, con la formula più ampia: il fatto non sussiste.
L’articolo del Tempo comprime una cronologia processuale in realtà assai più stratificata di quanto lasci intendere. Ma la sostanza tiene, e nessuno l’ha smentita.
Dopo quattordici anni, il copione è smontato.
Da qui l’autore ricava le sue domande, e sono domande che a Siena bruciano ancora. Era indispensabile quell’esposto? Era necessario incendiare pubblicamente una banca per salvarla — o qualcuno, come scrive lui, ha confuso il piromane con il pompiere? Perché schemi contabili analoghi, praticati altrove, non hanno prodotto altrove il terremoto mediatico e giudiziario riservato a Rocca Salimbeni? E perché la banca ha continuato ad agire contro i propri ex amministratori anche mentre l’impianto accusatorio si sbriciolava sotto i piedi di chi lo aveva costruito?
Poi c’è ciò che accadde, e che non è materia di opinione: la reputazione demolita, la corsa agli sportelli, le sofferenze, l’intervento dello Stato, la ricapitalizzazione precauzionale del 2017 con oltre cinque miliardi di denaro pubblico, al termine di una crisi cominciata a fine 2012 e aggravatasi proprio con le inchieste su Siena. E infine la perdita definitiva, da parte di una città, del controllo sul proprio destino.
Su questo non c’è una sentenza. Non ci sarà mai. Le sentenze accertano reati, non conseguenze.
Ciò che è insinuazione, e va chiamata così
Il secondo strato dell’articolo è quello che l’occhiello vende, ed è quello su cui invitiamo alla massima cautela — cautela che, va riconosciuto, l’autore stesso in parte formula.
Bisignani ricorda che Alessandro Profumo giunse alla presidenza del Monte nel momento più fragile della banca mentre sedeva, dal 2011, nel consiglio di sorveglianza di Sberbank, la maggiore banca russa, e nell’advisory board della brasiliana Itaú. Ricorda che nel 2012 il fondo Pamplona entrò nel capitale di UniCredit, la banca che Profumo aveva guidato fino a poco prima. Evoca indiscrezioni, mai verificate, su un interesse di capitali russi verso Siena. E domanda: chi avrebbe dovuto sottoscrivere, nel 2012, quell’aumento di capitale?
Diciamo con chiarezza ciò che va detto. Gli incarichi richiamati erano pubblici, legittimi e noti; nessuna incompatibilità è mai stata contestata; nessun illecito è ipotizzato, e non lo ipotizza nemmeno l’autore, che anzi scrive testualmente che non esistono prove e che una coincidenza non è una prova. Quanto ai tre ex presidenti del Consiglio evocati nell’occhiello — nomi pesanti — a sostegno non viene portato un solo elemento: né un atto, né una fonte, né una data.
Quell’ammissione di assenza di prove, nel testo, non è uno scrupolo: è il congegno. Si allineano fatti veri, pubblici e singolarmente innocui, e si lascia che sia il lettore a tracciare la linea che li unisce. Ciò che ne risulta non è un nesso: è un’atmosfera. E le atmosfere, a differenza dei fatti, non si possono confutare — il che è precisamente il motivo per cui sono così comode.
Una correzione doverosa, e proprio a chi stiamo dando ragione
C’è, nell’articolo, un errore di data che va segnalato, perché altrimenti saremmo noi a fare ciò che rimproveriamo. Bisignani scrive che l’esposto partì «alla vigilia dell’assemblea che deliberò un aumento di capitale per salvare la banca senese». Non è così. L’assemblea dei soci di Banca Mps che deliberò quell’aumento — un miliardo, senza diritto di opzione — si tenne il 9 ottobre 2012. Il ritrovamento del mandate agreement nella cassaforte dell’ex direttore generale è del giorno successivo, il 10 ottobre; la trasmissione a Banca d’Italia arriva il 15.
Non alla vigilia. Il giorno dopo.
E la sequenza vera, corredata dei documenti, è più interessante di quella sbagliata.
Gli atti, invece delle atmosfere
Non parliamo di responsabilità penali: quelle sono state cercate per un decennio e non ci sono, e chi le invoca ancora oggi sta soltanto difendendo la propria versione dei fatti contro le sentenze. Parliamo di responsabilità politiche, che sono un’altra cosa e che nessun tribunale può dichiarare estinte al posto nostro. Ma perché non restino parole, ancoriamole agli atti. Sono tre, e sono tutti pubblici.
Il primo è la scoperta, e la forma che le fu data. Il contratto con Nomura era stato protocollato il 3 agosto 2009, il giorno stesso in cui la banca giapponese lo aveva restituito controfirmato, e archiviato nel sistema informatico dell’istituto — una cassaforte, dirà il tribunale nel 2026, non è un nascondiglio, se è la cassaforte della banca. Una mail interna del 30 ottobre 2012, poi resa pubblica dalla stampa nazionale, colloca al 20 settembre la richiesta, partita dal direttore finanziario, di verificare l’esistenza di documenti relativi ai contratti con Nomura. Il 9 ottobre l’assemblea dei soci delibera l’aumento di capitale. Il 10 ottobre il documento viene ufficialmente rinvenuto. Segue l’esposto in Procura, e la comunicazione alla vigilanza cinque giorni dopo.
Sono date. Le mettiamo in fila e ci fermiamo lì, perché è tutto ciò che sappiamo. Ma le domande che ne discendono sono legittime, e nessuno le ha poste: perché a un ritrovamento che imponeva certamente una comunicazione agli organi di vigilanza si volle dare anche la forma dell’esposto penale? E perché proprio in quel momento?
Precisiamo, perché è doveroso: ai nuovi vertici della banca nessuna autorità ha mai contestato alcunché, e nessun addebito è stato loro mosso in alcuna sede. La domanda che poniamo non riguarda la loro correttezza personale, ma l’opportunità di scelte gestionali e le loro conseguenze su una città. Sono cose diverse, e non vanno confuse — proprio come chiediamo che non si confondano quando si parla di altri.
Il secondo atto è l’azione di responsabilità, deliberata dal consiglio di amministrazione della banca contro gli ex vertici e portata avanti per anni davanti al tribunale di Firenze. Il 12 maggio 2026 il Tribunale delle Imprese l’ha respinta integralmente: nessun danno provato alla banca — anzi, per quel 2009, un guadagno; nessuna illiceità nell’operazione, che rientra nella discrezionalità imprenditoriale e non è sindacabile; e la constatazione che conservare un documento in cassaforte non significa occultarlo, se la cassaforte è quella dell’istituto. Mps chiedeva cinquanta milioni. Ne ha ottenuti zero, ed è stata condannata a pagarne trecentocinquantamila di spese legali agli uomini che aveva citato. In più — ed è il dettaglio che dovrebbe far sussultare chiunque abbia a cuore le sorti di questa banca — i giudici rilevano che quell’azione era stata condotta senza l’adeguata autorizzazione dell’assemblea.
La sentenza è di primo grado e la banca può impugnarla. Ma le motivazioni sono lì, e sono cinquantaquattro pagine. E la domanda resta: perché quella causa fu proseguita anche dopo l’ottobre 2023, quando la Cassazione aveva già reso definitive le assoluzioni penali? Chi ne rispose in consiglio? Chi, fra gli azionisti pubblici, chiese conto di una scelta che produceva soltanto costi e nessun recupero?
Il terzo atto ci riguarda direttamente, e non abbiamo bisogno di formularlo noi: lo ha già formulato il presidente della Fondazione. Nella conferenza stampa di fine mandato, nel 2013, Gabriello Mancini spiegò che la decisione di indebitarsi per aderire all’aumento di capitale — seicento milioni presi a prestito da una decina di banche — era stata vincolata anche alle forti istanze provenienti dall’intera comunità senese, cittadina e provinciale, che attribuiva valenza strategica primaria al mantenimento di almeno il 50,1 per cento della banca. E aggiunse che, a crisi ormai conclamata, molti di coloro che avevano giudicato quel limite irrinunciabile e indiscutibile erano improvvisamente scomparsi.
Ecco. Non l’ha scritto Bisignani. L’ha detto il presidente della Fondazione, in una sala di Siena, davanti ai giornalisti di Siena. Quelle “forti istanze” avevano dei portavoce. Quel 50,1 per cento era una parola d’ordine che si pronunciava nei consigli comunali, nelle assemblee, sui giornali di questa città. Nel giro di due aumenti di capitale la quota della Fondazione nella sua banca era già scesa, nel 2014, intorno al due e mezzo per cento.
Non c’è bisogno di evocare fantasmi, né servizi segreti stranieri. C’è bisogno di rileggere i verbali. Perché il silenzio, in politica, è l’unica forma di prescrizione che non richiede il decorso del tempo: basta che nessuno chieda. E qui, per quattordici anni, non ha chiesto quasi nessuno.
Il messaggero e il messaggio
Resta l’ultima cosa da dire, e riguarda il pezzo che stiamo commentando. La pista che indica — lo straniero, il servizio francese, il capitale russo, la lobby transalpina — ha un pregio che dovrebbe metterci in guardia: è comoda per tutti. Se il colpevole è altrove, l’altrove non risponde mai. È una consolazione. Ed è, per giunta, la stessa struttura mentale del racconto precedente, con i personaggi cambiati: si sostituisce un cattivo con un altro cattivo, e si continua a non guardare in casa. La verità meno spettacolare, e per questo più scomoda, è che a Siena le decisioni le hanno prese persone che avevano un nome, un ruolo e un mandato. E che quei nomi sono ancora tutti scrivibili.
Restituiamo dunque l’articolo al lettore per intero: con la firma che porta, con la biografia di chi la porta, con la sua parte documentata, la sua parte allusiva e i suoi errori di data, distinti gli uni dagli altri. Non lo avalliamo e non lo respingiamo. Chiediamo soltanto che si faccia ciò che a questa città è stato negato per quattordici anni, cioè giudicare da sé.
E aggiungiamo una constatazione che ci costa. Il fastidio che questo articolo provoca non nasce dalla fedina del suo autore. Nasce dal fatto che su un punto — uno solo, ma decisivo — ha ragione. E che a ricordarcelo, qui, non sia stato nessuno prima di lui.
NOTA SULLE FONTI
Il testo commentato
Luigi Bisignani, «Quelle piste estere sulla crisi di Mps. La narrazione dei servizi francesi e quei capitali russi in rotta verso Siena», rubrica «Caro Direttore», in Il Tempo, domenica 12 luglio 2026, p. 5 (Primo Piano).
Sulle vicende giudiziarie del Monte dei Paschi
— Ansa/Tiscali Notizie, 6 maggio 2022 (assoluzione in appello a Milano; revoca delle confische per circa 150 milioni).
— Gazzetta di Siena, 6 maggio 2022.
— MF-Milano Finanza, 15 luglio 2022 (Corte d’appello di Firenze, formula piena sul filone mandate agreement).
— La Nazione, 13 ottobre 2023 (Cassazione: inammissibilità del ricorso della procura generale; smantellamento in appello della tesi del disegno criminoso per occultare le perdite).
— ItaliaOggi (filone «ostacolo alla vigilanza»: condanna a Siena nel 2014, assoluzione in appello a Firenze nel dicembre 2017).
— MF-Milano Finanza, 18 aprile 2025 (procedimento penale 29634/14, formula «perché il fatto non sussiste»).
Sulla sequenza dell’ottobre 2012
— Associazione Buongoverno Mps, verbali e comunicati (assemblea dei soci di Banca Mps del 9 ottobre 2012 sull’aumento di capitale; motivazioni del voto contrario a verbale, pp. 23-25; delibera della Deputazione Amministratrice della Fondazione con mandato al presidente di esprimere voto favorevole).
— Cronologia Reuters della crisi Mps (ottobre 2012: approvazione da parte degli azionisti di un aumento di capitale da 1 miliardo senza diritto di opzione).
— MF-Milano Finanza, 15 ottobre 2013 (mail interna del 30 ottobre 2012; richiesta di verifica del 20 settembre partita dal direttore finanziario).
— Il Fatto Quotidiano, 2 novembre 2013 (protocollazione del contratto il 3 agosto 2009, giorno della controfirma di Nomura; esposto di Fabrizio Viola).
— Linkiesta, febbraio 2013 (ritrovamento del 10 ottobre 2012; trasmissione a Banca d’Italia il 15 ottobre).
Sull’azione di responsabilità
— TopLegal, «Mps contro Mussari e Vigni» (azioni promosse per delibera del consiglio di amministrazione, davanti al tribunale di Firenze).
— «Mps perde la causa per danni contro Mussari e Vigni», MF-Milano Finanza, 5 giugno 2026; «Vigni e Mussari vincono la causa legale con Mps», Corriere di Siena, 6 giugno 2026; «Per Mps niente risarcimento da 50 milioni», Il Cittadino Online, 6 giugno 2026 (sentenza del Tribunale delle Imprese di Firenze del 12 maggio 2026, collegio presieduto da Niccolò Calvani, 54 pagine di motivazione; sentenza di primo grado, impugnabile).
Sulla Fondazione e sulle istituzioni cittadine
— «Fondazione Mps, il bilancio di fine mandato 2009-2013», SienaFree.it (conferenza stampa del presidente Gabriello Mancini).
— «Cinquecento anni distrutti in 5, a Siena le casse di Mps sono vuote», Linkiesta, novembre 2011 (prestito da 600 milioni contratto dalla Fondazione).
— «Che succede a MPS, in otto punti», Il Post, 1° novembre 2014 (diluizione della partecipazione della Fondazione).
Sul profilo dell’autore
— Condanna Enimont (confermata dalla Cassazione nel 1998) e conseguente radiazione dall’Ordine dei giornalisti nel 2000: voce «Luigi Bisignani», Wikipedia in lingua italiana, con i relativi rimandi documentali; Il Fatto Quotidiano, 14 gennaio 2013.
— Comparsa del nome negli elenchi della P2 rinvenuti a Castiglion Fibocchi nel 1981 e smentita dell’interessato: Fanpage, «Dalla P2 alla P4: la storia di Luigi Bisignani».
— Patteggiamento nell’inchiesta P4 (diciannove mesi, davanti al gip Maurizio Conte): Il Sole 24 Ore, 25 novembre 2011; definitività dopo il rigetto del ricorso, Il Fatto Quotidiano, 28 novembre 2012.
— Inchiesta Why Not: annullamento degli atti da parte del Tribunale del riesame di Catanzaro, Corriere della Sera, 1° agosto 2007.
— Processo OPL245: «Processo Eni-Nigeria, tutti assolti», Il Tempo, 17 marzo 2021; Osservatorio Diritti, 17 marzo 2021 (richieste di pena della procura); IrpiMedia, 2022 (rinuncia all’appello della procuratrice generale, 19 luglio 2022).





