
Ecco il nuovo regolamento
3 Agosto 2026di pierlugi piccini
Ieri, a Rocca Salimbeni, si è lavorato di domenica. Il portone principale aperto per ore, in un pomeriggio d’agosto che nessun calendario prevedeva: non per decidere qualcosa, ma per rispondere a qualcosa deciso altrove. È un’immagine che vale più di ogni analisi del concambio, perché dice — senza volerlo — in che punto della vicenda si trovi Siena.
Il passo indietro del Banco è stato deliberato a Milano, dopo che da Parigi Crédit Agricole aveva ricordato, con la cortesia di chi comanda, che nulla si fa senza di lei. L’offerta che stringe arriva da Ca’ de Sass. Il golden power tante volte invocato pende da Roma, e da Roma non si muove — anzi, lo stesso Stato che lo evoca dall’alto siede in assemblea come un socio qualunque, col suo 4,86 per cento: sovrano nella retorica, scheda tra le schede nei fatti. A Siena resta il lavoro: gli straordinari di chi reagisce a mosse pensate ai tavoli degli altri.
E la reazione che cosa partorisce? Un’idea che rovescia se stessa. Per non farsi inglobare da Intesa, Siena studierebbe di comprarsi il Banco: la preda che, mentre è nel mirino, si scopre cacciatrice. Ma il prezzo è tutto nel dettaglio che lo smentisce. Per vincere le resistenze di Crédit Agricole — che il valore dell’operazione non lo vede, e semmai preferirebbe portarsi il Banco in casa propria — bisognerebbe farla entrare, carta contro carta, nel nuovo polo: quota, poltrone, peso in consiglio. Cioè: per non consegnarsi a Milano, ci si consegna a Parigi. L’autonomia difesa cambiando padrone e chiamandolo socio. Un corteggiamento a rovescio: respinto una volta, il pretendente non offre di meno, alza la dote. E su tutto il particolare che il giornale lascia cadere: un progetto «che il manager accarezza da tempo». Non una contromossa nata dall’assedio, ma un desiderio antico a cui l’assedio offre l’alibi.
Le obiezioni, poi, non sono di dettaglio: sono la struttura. La prima è che le mani sono legate. Sotto opas vige la passivity rule, e Lovaglio non muove un dito senza il via libera dell’assemblea — quella in cui il maggiore azionista, Caltagirone, si è già detto contrario, e in cui quattro consiglieri ne contestano la linea. Prima di trattare con Parigi, dovrebbe vincere in casa una battaglia che oggi lo dà perdente. La seconda è il tempo: Intesa ha il calendario dalla sua, aumento fissato e offerta pronta, mentre costruire da zero una fusione — concambio, governance, patti coi francesi, autorizzazioni — chiede mesi che non ci sono; e se Intesa intanto tocca la soglia di controllo, non resta più nulla da fondere. La terza è quella che a Siena nessuno ama pronunciare: chi paga? La carta Generali aveva senso in coppia col Banco, da sola è un vicolo cieco. E un’acquisizione carta contro carta chiede ai soci senesi di restare su una barca più grande e con meno Siena dentro. Si difende l’autonomia diluendola: la medicina ha lo stesso principio attivo della malattia.
Ed è qui il nodo, da sciogliere senza il velo dei giornali cittadini che parlano di «fine di una lunga storia d’amore». Non è un affetto che si spegne. È che una città ha smesso, un pezzo alla volta, di essere il soggetto della propria istituzione maggiore, e ne è diventata lo spettatore commosso. Lo straordinario non è la domenica di ieri: è la condizione permanente di chi non decide più. La fatica, mai retribuita, di sentirsi protagonisti di una storia scritta altrove — e che ora, per restare a Siena, dovrebbe perfino passare da Parigi.
Basta ascoltare la lingua, che non mente. Chi guida Intesa vuole fare «tutto il possibile» e rilancia il draghiano «whatever it takes» — costi quel che costi: parla chi tiene l’iniziativa. L’ad del Monte impugna lo spettro dell’«eccessiva concentrazione»: parla chi cerca un appiglio per guadagnare tempo. Uno si affaccia dal balcone, l’altro dalla finestra assediata. La grammatica dice chi vince prima dei numeri.
Il resto è tecnica: la passivity rule, l’assemblea, la semestrale di giovedì. Serve, ma non tocca il punto. Il punto è la domanda che a Siena nessuno formula più per intero, forse per pudore: quando abbiamo smesso di essere una città che decide, per diventare una città che reagisce? Non risponderà nessun consiglio di amministrazione. La risposta è più vecchia dell’opas: sta nel giorno — e chi c’era lo ricorda — in cui accettammo che l’ordinario, il governo quotidiano di una banca radicata in un territorio, si potesse cedere in cambio di modernità.
E allora sì, si lavora di domenica. Se ne ricava questo: il sogno di catturare l’inseguitore consegnandosi a un terzo. Certe idee vengono solo a chi tiene aperto quando dovrebbe riposare — e certi portoni, la domenica, converrebbe lasciarli chiusi. Tanto la domenica, a Siena, è già il giorno dopo.





