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“Già dell’essere”
27 Maggio 2026di Pierluigi Piccini
Gennaro Sasso è morto ieri a 97 anni. Per me non è solo una notizia culturale: è la morte di un maestro.
L’ho incontrato all’università, a Roma, nei suoi corsi su Heidegger. Fu lì che qualcosa si spostò, in modo irreversibile. Non era solo un corso di filosofia: era un’introduzione all’ontologia come modo di stare nel pensiero, come postura intellettuale prima ancora che come disciplina. Sasso ci insegnava Heidegger senza semplificarlo, senza addomesticarlo, lasciando che la difficoltà facesse il suo lavoro. E la difficoltà, quando è guidata da un maestro vero, non scoraggia: apre. Apre mondi.
Il metodo era quello che poi ho riconosciuto in tutto il resto della mia formazione: il testo prima di tutto, la filologia come rispetto, il rigore come forma di onestà intellettuale. Sasso non tollerava la chiacchiera — Ferrara nel necrologio del Foglio lo dice con esattezza chirurgica — e questa intolleranza era una lezione morale, non solo accademica. Significava che pensare è una cosa seria, che le parole hanno un peso, che ogni scivolamento verso la facilità è una resa. Il rigore, in lui, non era freddezza: era una forma d’amore. Amore per il pensiero, per gli allievi, per la verità che si nasconde nei testi e che non si lascia raggiungere senza fatica.
Dopo i suoi corsi su Heidegger, quando ne ho avuto la possibilità, ho proseguito verso la teologia, verso Jean-Luc Marion. Ed è impossibile non vedere il filo: dall’ontologia heideggeriana all’essere che si dà, alla donazione, al fenomeno che si mostra da sé. Sasso mi aveva dato gli strumenti per fare quel percorso senza perdermi. Chi ha capito davvero l’ontologia — e Sasso te la faceva capire davvero — riesce a seguire Marion senza sentirsi tradire la filosofia. Anzi, capisce che la filosofia lì si radicalizza ulteriormente. Marion porta l’ontologia oltre se stessa, verso una fenomenologia della donazione in cui l’essere non basta più a dire tutto, e in cui l’eccesso del dato rispetto a ciò che il soggetto può costituire diventa il vero problema filosofico. Hans Urs von Balthasar, il grande teologo svizzero del Novecento, aveva intuito qualcosa di simile da un’altra prospettiva: la gloria come categoria teologica che sfonda ogni sistema, che non si lascia contenere nella razionalità immanente. Tra Sasso, Marion e von Balthasar si disegna, a pensarci bene, una traiettoria coerente: l’essere come problema, la donazione come eccesso, la gloria come ciò che il pensiero non può dominare ma solo accogliere.
Giuliano Ferrara lo ricorda come erede di Croce, interprete di Gentile, lettore instancabile dei Greci e di Dante. Tutto vero. Ma per me è, prima di tutto, l’uomo che mi ha insegnato che pensare non è un’opinione, è un’arte che si impara con fatica, con devozione al testo, con la disponibilità a farsi cambiare dalle idee che si studiano. Heidegger mi ha cambiato il modo di pensare. E me lo ha fatto incontrare lui.
Aveva novantasette anni. Fino alla fine ha scritto e pensato. Essere, storia è del 2024, Adolfo Omodeo fra attualismo e storicismo del 2025. Un maestro che non ha mai smesso di essere tale. Questo, forse, è il modo più alto di onorare il lavoro del pensiero.





