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31 Maggio 2026Classici europei Prima edizione latina, dopo le stampe cinquecentesche, del «De amore» di Marsilio Ficino (il dialogo conviviale sul «Simposio» platonico): l’ha curata Sthéphane Toussaint, Fondazione Valla
Quando Cosimo il Vecchio dona a Marsilio Ficino il podere di Careggi, nel 1463, il giovane medico originario di Figline ha trent’anni e un compito che nessuno, in Occidente, aveva affrontato con tale sistematicità: tradurre tutto Platone in lingua latina – dopo le fortunatissime ma parziali imprese di Leonardo Bruni – a partire da nuovi codici greci, non da frammenti o tradizioni indirette. Dopo la morte di Cosimo, Ficino traduce il Simposio nel 1466. Tre anni più tardi, lo commenta nel De amore: un dialogo conviviale ambientato a Careggi il 7 novembre 1468, e composto da sette orazioni che riprendono liberamente il Simposio platonico per trarne una nuova filosofia dell’eros. Più che di sopravvivenza dell’antico, occorre qui parlare di reviviscenza: un Platone in larga misura ignoto al Medioevo latino rientra nella cultura europea con la forza del testo ritrovato e la tensione di qualcosa che non si lascia addomesticare.
Il Simposio, infatti, non era un dialogo qualunque. Se il Timeo aveva offerto ai lettori cristiani una cosmologia assimilabile, il dialogo sull’amore opponeva resistenze ben più difficili da superare o aggirare: non tanto la sapienza di Diotima e l’ascesa al Bello, quanto gli androgini tagliati in due, la nascita di Eros da Poros e Penia, la gravidanza spirituale, la scelta del miglior amante, l’amore per i ragazzi, Alcibiade che racconta la propria sconfitta erotica di fronte alla resistenza di Socrate. Per un autore cristiano del Quattrocento, commentare il Simposio significava entrare in una materia troppo filosofica per essere liquidata come licenziosità pagana, ma anche troppo corporea per trasformarsi in allegoria spirituale.
Lo mostra bene la nuova edizione del De amore pubblicata per la Fondazione Valla (Marsilio Ficino, Sull’amore, a cura di Stéphane Toussaint, con la collaborazione di Matteo Stefani, traduzione di Ivanoe Privitera, Fondazione Lorenzo Valla / Mondadori «Scrittori greci e latini», pp. CCXII+509, € 60,00): prima edizione latina apparsa in Italia dopo le stampe cinquecentesche, e prima traduzione italiana moderna. Il testo, fondato sull’incunabolo del 1491 (rivisto dall’autore), è accompagnato da una traduzione accurata fin nella scelta delle maiuscole, che possono cambiare il significato di parole come unus/Unus, deus/Deus. La densa introduzione e il ricchissimo commento di Toussaint mostrano tra l’altro che, nel De amore, la questione del testo non è separabile dalla storia culturale di Firenze.
Ficino traduce Platone in una città dove l’amore fra uomini poteva finire in tribunale: la magistratura degli Ufficiali di Notte era incaricata di reprimere la sodomia, mentre l’accusa poteva passare dalla polemica letteraria alla cronaca giudiziaria, e viceversa. Luigi Pulci, autore del Morgante e avversario di Ficino, ne fece esperienza. E al di fuori di Firenze, pochi anni prima che Ficino affrontasse la questione dell’amore socratico, Giorgio Trapezunzio aveva proposto un confronto polemico fra Aristotele e Platone, accusando i platonici di essere pericolosi pederasti, corruttori del cristianesimo.
Ficino prende l’amore socratico, potenzialmente compromesso dal contesto omoerotico, e gli dà sistematicità cosmica, educativa e civile. Parlare semplicemente di «cristianizzazione di Platone» non è abbastanza, sottolinea Toussaint, perché rischia di oscurare la novità dell’operazione di Ficino. Nel Quattrocento l’ortodossia cattolica era meno definita e stabile di quanto lo fosse nel secolo successivo, in seguito alla Riforma; Ficino lavora in uno spazio ancora mobile, e la sua soluzione consiste nello spostare l’eros su un piano metafisico senza cancellarne l’origine sensibile. Eros diventa demone, vincolo, principio d’ordine: muove l’universo dal caos alla forma e conduce l’anima dalla bellezza visibile alla bellezza intelligibile. Il punto di partenza resta però il desiderio della bellezza. L’amore nasce dalla vista, dall’incontro con un corpo bello, dall’attrazione per una forma, e solo in seguito sale, si purifica, diventa conoscenza.
Un grande studioso recentemente scomparso, Paolo Cherchi, in uno dei suoi ultimi libri ha insistito giustamente su questo aspetto fisico del pensiero ficiniano (Perché tanta poesia d’amore. Dai trovatori a Marino, UNICA Press 2024). Ficino era anche medico, e descrive un amore che passa per gli occhi, la luce che porta l’immagine dell’amato nell’anima dell’amante, gli spiriti, il sangue. Sullo sfondo si intravede Lucrezio, che Ficino aveva letto attentamente e poi respinto, accantonando i simulacri materiali a favore di immagini sottili ed effluvi luminosi. Ma la scintilla corporea, per Ficino, rappresenta solo il primo gradino di una scala: in basso resta la cupido, amore bestiale legato alla generazione e alla specie; più in alto comincia il processo etico e conoscitivo, quando l’anima, colpita dal bello, impara a desiderare il Bello.
Qui il De amore si allontana dalla tradizione medievale dell’amore come ordinamento razionale del desiderio, e dalla linea stilnovistica e dantesca. Non è possibile in questa sede entrare nei dettagli della serrata genealogia intellettuale ricostruita da Toussaint, ma certo per Ficino l’amore non coincide con l’esperienza eterosessuale sublimata nella donna salvifica. Questo è anzi un modello che nel De amore sbiadisce al confronto di una figura diversa e più antica: Socrate maestro d’amore, simile a Cupido, iniziatore dei giovani attraverso la bellezza maschile. Ficino rilegge il lessico della gravidanza spirituale con libertà destinata a incidere a lungo. L’uomo innamorato è gravido, genera nel Bello, partorisce quel che di buono può fare o pensare.
La novità del De amore sta anche nel suo carattere selettivo. Ficino sceglie i luoghi del dialogo in cui può far emergere una nuova immagine dell’eros: l’amore nel caos primordiale, la distinzione fra amore celeste e amore volgare, il mito degli androgini, il bello incorporeo, l’amore demonico e divino, il morbo d’amore, il furore erotico, l’amore socratico. Ne risulta un’opera che è commento e riscrittura, che innesta sul Simposio una teoria dell’anima e una visione nuova, umanistica, dell’amicizia e dell’educazione.
Anche per questo il favore di Lorenzo de’ Medici non va considerato un dettaglio esterno. Come ha suggerito Sebastiano Gentile, proprio in quegli anni Lorenzo prendeva le distanze dall’allegra brigata di Pulci e guardava con favore a una cultura diversa, capace di dare alla sua Firenze un’immagine meno municipale e più filosofica. Il De amore partecipa di questo progetto. L’eros ficiniano conduce alla contemplazione, ma ciò non esclude affatto che abbia una funzione civile: formare uomini più umani.
Detto questo, il De amore non parla del desiderio nel senso moderno del termine. L’amore maschile viene accolto quando può essere ricondotto all’ascesa verso il Bello; il desiderio dei corpi trova legittimità se diventa occasione di elevazione; la bellezza dei giovani è celebrata in quanto rinvia a una forma superiore. L’amore ne esce, insomma, nobilitato e allo stesso tempo sottratto a una parte della sua opacità materiale. Ma proprio perché il De amore aveva costruito un modo nuovo di ragionare d’amore, quel ragionare poteva essere ripreso, corretto, irrigidito. Da Pietro Bembo e Leone Ebreo fino a echi più lontani, in Goethe e Keats, l’eredità di Ficino consiste in un modo di pensare l’amore come conoscenza, la bellezza come varco, il desiderio come energia generativa dell’anima.
Il confronto più istruttivo, tuttavia, è forse quello, ravvicinato, con Giovanni Pico della Mirandola. Mentre Pico, che nel Comento sopra una Canzona de amore di Girolamo Benivieni polemizza proprio con il platonismo ficiniano, propone una mistica aristocratica dell’amore intellettuale, Ficino resta invece il pensatore di un’armonia socio-politica fondata su quella cosmica di un amore demiurgico e mediatore. Da una parte l’erotismo ierogamico di Pico, dall’altra quello androgino di Ficino, nelle cui pagine Venere non viene mai baciata come una fidanzata o una sposa biblica. Il conte della Mirandola e il medico di Figline – scrive efficacemente Toussaint – hanno due concezioni diverse di cosa sia l’amore: «Due anime in una sola per Pico. Una sola anima che ritrova se stessa per Ficino».





