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Calcio, oroscopi, villaggi rasi al suolo: una sola parola antica per dire che cosa adoriamo
Sono arrivate quasi nello stesso giorno, dai due capi opposti di un unico rapporto con ciò che è lontano. Da un lato la confessione di un direttore di rivista sudafricano: gli importa più che il Tottenham abbia evitato la retrocessione, a diecimila chilometri da casa sua, che non della prima vittoria del suo Orlando Pirates dopo quattordici anni. Dall’altro, dalle pagine di L’Orient-Le Jour, i villaggi del Libano-Sud dove «centocinquant’anni di storia» sono stati cancellati «in pochi secondi». Sembrano due notizie incommensurabili. In realtà le tiene insieme una parola sola, e antica: idolo.
Conviene prenderla nel senso preciso che le diede Jean-Luc Marion in L’idole et la distance. L’idolo non è un dio falso: è ciò che fabbrichiamo per occupare il posto rimasto vuoto del dio assente. Funziona come uno specchio. Arresta lo sguardo, gli impedisce di andare oltre, e ci restituisce la nostra stessa immagine ingrandita. È esattamente ciò che fa il club a diecimila chilometri. Nairobi che si tinge di rosso per una squadra del nord di Londra, un sindaco di New York che indossa la thobe dell’Arsenal alla preghiera dell’Eid: non adorano Londra, adorano un’immagine di sé resa più nitida, più cosmopolita, più appartenente. L’idolo perfetto è quello che ci somiglia.
Per questo lo stesso mercato che fabbrica l’idolo riesce a catturarne anche il dissenso: gli ultras del Paris Saint-Germain, volto sportivo della ricchezza sovrana del Qatar, che sventolano il vessillo palestinese; l’Arsenal della diversità che per anni ha venduto «Visit Rwanda» sulle maniche. Tutto torna riflesso, niente eccede. Shoki, con autoironia feroce, riconosce che il vocabolario morale rimasto al tifoso è la scelta del miliardario meno peggio. E la sua formula più esatta — il calcio è diventato «intimo a distanza» — descrive, senza saperlo, la distanza propria dell’idolo: una distanza falsa, collassata, da schermo, che simula la vicinanza proprio perché non lascia passare nulla. Bernard Stiegler lo chiamava con altre parole miseria simbolica: l’industrializzazione del desiderio, la produzione in serie di idoli portatili.
Il Fiction Issue del New Yorker, accostato per caso, è quasi un catalogo di questa fabbrica. Franzen mette in scena una ragazza, Adele, che «perde la sua religione — o, più precisamente, ne trova una nuova che la sostituisca». È la formula della tarda modernità: il sacro non scompare, cambia di stato e diventa idolo. Astrologia portata alle masse; mercati di previsione dove si scommette sul futuro come un tempo si pregava, e su cui un presidente fa cassa per i propri; devozioni private a oroscopi e a ownership structures. Byung-Chul Han direbbe che abbiamo perso i riti, le forme che stabilizzavano il tempo senza specchiarci; Hartmut Rosa, che cerchiamo nello stadio la risonanza che il lavoro, il partito e la nazione hanno smesso di darci. Non è che teniamo troppo al calcio. È che l’idolo è rimasto uno dei pochi specchi capaci di farci sentire insieme, dopo che tutto il resto si è opacizzato.
E qui interviene, con la gravità di un contrappeso, il Libano-Sud — perché segna l’altro polo dell’opposizione di Marion: l’icona. L’icona è l’esatto rovescio dell’idolo. Non riflette chi guarda, non si lascia possedere, e invece di arrestare lo sguardo lo apre su una distanza vera: i morti, gli avi, il sacro che si dà senza farsi afferrare. Il villaggio sudostlibanese è questo: non un brand trasmesso via satellite, ma la sedimentazione di centocinquant’anni di pietre, di terrazzamenti, di nomi. L’Orient-Le Jour lo dice con una frase che vale un trattato — ciò che quei paesi rappresentano «per chi ne è originario». Ecco perché distruggerli è incommensurabile rispetto a una retrocessione: non si cancella un idolo, che è riproducibile per definizione, si annienta un’icona, che è insostituibile. Centocinquant’anni non sono un dato, sono una distanza custodita. E quando, un secolo dopo la sua nascita, si chiede che cosa resti della Costituzione libanese, si fa esattamente la stessa domanda: che cosa resta di un’icona quando la si riduce a specchio delle fazioni.
È qui che il titolo si chiude su sé stesso. Lo specchio abolisce la distanza, l’icona la conserva. L’idolo dà un’intimità senza lontananza — la falsa prossimità dello schermo —; l’icona offre una lontananza senza la quale non c’è nulla di sacro da custodire. Il sindaco nella thobe, davanti all’Arsenal, vede sé stesso. L’uomo che torna fra le macerie del suo paese vede ciò che lo eccede e che non tornerà. Sono due modi opposti di stare di fronte a ciò che è lontano: l’uno se lo annette, l’altro lo lascia essere distante — e proprio per questo lo può perdere per sempre.
Tutto questo sta per scalare al livello del pianeta. Il Mondiale comincia, e con esso la più grande macchina di idoli mai costruita, capace di far sentire insieme miliardi di persone attorno a specchi che le somigliano. «It’s not done», ha detto a fine stagione Declan Rice dell’Arsenal: non è finita. La domanda giusta, allora, non è quella di Shoki — teniamo troppo al calcio? — ma una più antica e più scomoda: sappiamo ancora distinguere uno specchio da un’icona? Tra ciò che ci riflette e ci consola, e ciò che ci eccede, ci obbliga alla distanza, e che possiamo guardare ridurre in macerie sapendo che nessun mercato lo rifabbricherà.





