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C’è una liturgia che il discorso pubblico italiano celebra a intervalli regolari, e che ha bisogno, ogni volta, di un officiante involontario. Stavolta è toccato a Francesco De Gregori, che in un’intervista a Luigi Bolognini ha annunciato un disco di “non hit” — Nevergreen — e, quasi di sfuggita, ha confessato un imbarazzo: quello che prova davanti agli artisti che trasformano il palco in tribuna, e davanti ai proclami di un Bruce Springsteen. Tanto è bastato. Nel giro di pochi giorni si è composta una piccola summa nazionale sull’eterna questione: l’artista deve schierarsi?
La sequenza delle reazioni è essa stessa un documento. Gino Castaldo gli scrive una lettera aperta in cui dichiara stupore e “una punta di sincero dolore”, convinto che nessuno meglio di lui saprebbe rompere il silenzio. Elisa, dal palco di Campovolo, difende la Flotilla e gli risponde che schierarsi serve. Vasco, allo stadio di Rimini, rilancia la formula di compromesso — “io mi schiero sempre, ma con le mie canzoni” — e ribattezza la musica resistenza contro i guerrafondai. Zerocalcare, con il suo consueto realismo disilluso, osserva che l’impegno coatto non fa bene alla causa. Luigi Manconi convoca Calvino e sostiene che l’impegno più alto è scrivere il meglio possibile. Al Bano dà ragione a De Gregori: un artista deve fare quello che sente. E sopra tutto, nell’editoriale di Massimo Giannini, aleggia il nome che in queste discussioni torna sempre come un rimprovero e una nostalgia: Pasolini.
Conviene, prima di tutto, diffidare della domanda così come viene posta. Schierarsi o tacere è una falsa alternativa, una di quelle dicotomie che sembrano ordinare il campo e invece lo deformano. Perché non esiste, in arte, il grado zero del silenzio. La questione vera non è se il politico abiti l’opera, ma dove: nello slogan o nella forma. È qui che il dibattito, se vuole essere serio, deve spostarsi.
L’ironia, in questo caso, è quasi crudele. L’uomo accusato di disimpegno è l’autore di Generale, di Viva l’Italia, della Storia siamo noi. Pochi cantautori italiani hanno scritto canzoni più politiche delle sue — e quasi nessuna lo è per via di proclama. La forza di “generale, dietro la collina / ci sta la notte” sta esattamente nel non dirsi messaggio: è un’immagine che lavora sottopelle, che resiste all’usura proprio perché non si esaurisce in una presa di posizione databile. De Gregori, insomma, non sta negando l’impegno: sta rivendicando una sua grammatica. Sostiene, in sostanza, ciò che Adorno aveva fissato come autonomia dell’opera — l’idea che l’arte sia tanto più politica quanto meno si riduce a strumento, e che la sua resistenza coincida con la sua forma, non con la sua dichiarazione. Manconi lo dice con Calvino, ma il pedigree è lo stesso: la letteratura non serve a recapitare verità, e l’artista che predica ha già perso, come artista, la partita.
Fin qui la tesi è elegante, e quasi inattaccabile. Ma sarebbe disonesto fermarsi a metà. Perché esiste un contesto che preme contro l’autonomia e ne mette a nudo il rischio: il rischio dell’alibi. Quando Elisa nomina la Flotilla, nomina Gaza; e davanti a una catastrofe in corso il purismo formale rivela il suo lato comodo. Achille Mbembe ha scritto pagine durissime sull’obbligo di nominare l’innominabile, sul fatto che certi orrori non concedono la grazia della mediazione estetica: tacere, lì, non è custodire la forma, è scegliere un lato fingendo di non sceglierne nessuno. Il silenzio non è mai neutro; è una posizione che si traveste da assenza di posizione. Ed è questa, credo, la verità che Castaldo afferra meglio di tutti quando parla di dolore: non chiede a De Gregori uno slogan, gli chiede di non lasciare che la sua reticenza venga arruolata da chi della reticenza fa una strategia.
Il dibattito, allora, andrebbe letto a una luce ulteriore — quella che riguarda non gli artisti ma noi, il pubblico che li interpella. Nella sfera moralizzata del presente, ciò che si chiede all’artista non è più una canzone: è una dichiarazione di appartenenza, un atto di fede pubblico, un like incarnato. Mark Fisher, in quel pamphlet feroce che è Uscire dal Castello dei Vampiri, aveva smontato il meccanismo: una cultura che non discute più ma processa, che pretende esibizioni continue di rettitudine e punisce ogni deviazione con la scomunica, trasformando la militanza in una liturgia del senso di colpa. Lo “schierarsi” rischia così di rovesciarsi nel suo contrario: da gesto di libertà a nuovo conformismo, da eresia a obbligo di tessera. È esattamente il punto di Zerocalcare. L’impegno per decreto produce arte cattiva e politica peggiore, perché trasforma la presa di posizione in performance, e la performance — Debord lo sapeva — è la forma che il potere assume quando ha già digerito ogni dissenso.
Ecco perché Pasolini torna a infestare queste pagine. Non come il santino dell’intellettuale impegnato, ma come la sua smentita più radicale. Pasolini si schierava sempre, e sempre contro la propria parte: difendeva i poliziotti figli del sottoproletariato a Valle Giulia, attaccava il consumismo da sinistra, scriveva contro l’aborto inimicandosi i suoi. La sua era una terza posizione rispetto alla dicotomia che oggi ci affanna: né lo slogan né il silenzio, ma l’eresia — la fedeltà a una verità scomoda che non coincide mai con la convenienza dello schieramento. È quella figura che il dibattito attuale rimpiange senza saperla nominare, e che probabilmente non saprebbe più produrre, perché richiede una solitudine che la cultura della visibilità non tollera.
Resta, alla fine, una domanda che è meglio non chiudere. De Gregori ha ragione quando difende la forma dall’invadenza del proclama; ha torto, o quantomeno è ingenuo, se crede che la forma metta al riparo dalla storia. Forse il punto non è scegliere tra Calvino e Mbembe, tra l’autonomia e l’urgenza, ma riconoscere che un artista degno di questo nome vive proprio in quella tensione, senza scioglierla. “Io mi schiero con le mie canzoni” è la formula di Vasco, e suona furba; ma una canzone che valga davvero qualcosa lo fa già, prima e meglio di qualunque comunicato. Il guaio — e qui Fisher tornerebbe utile, col suo capitalist realism — è che non riusciamo più nemmeno a immaginare un impegno che non passi dalla dichiarazione, una resistenza che non sia subito spettacolo di se stessa. Così il problema non è il silenzio di De Gregori. È che ci siamo abituati a pretendere il rumore — e a scambiarlo per coscienza.





