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Provo a dire dove sta il nocciolo, perché finora gli ho girato intorno. L’82% del congresso e le grandi opere annunciate dalla maggioranza non sono due fatti opposti, e non sono nemmeno le due facce di una stessa moneta. Sono due dialetti della stessa convinzione: che ormai tutto si decida nell’ordine delle parole, e che alle cose si possa non rispondere mai. È questo l’assunto che governa la città, condiviso da chi vince e da chi perde, ed è l’unica cosa di cui valga la pena parlare.
Guardiamo i tempi del verbo, perché lì si vede tutto. La destra senese si è presa il futuro. Lo ha fatto materialmente, con i cronoprogrammi: fattibilità a dicembre, appalti al 2027, cantieri al 2028, scadenze che maturano una a una dentro la legislatura che verrà. Non costruisce, coniuga. Annuncia al futuro perché il futuro è il tempo verbale in cui nessuno può ancora smentirti: una promessa non è vera né falsa, è soltanto pronunciata, e pronunciarla per primi significa occupare il terreno prima che l’avversario apra bocca. La paternità di un’opera non si conquista realizzandola, si conquista nominandola — ed è la prima opera pubblica che davvero si inaugura.
E il Pd? Il Pd si è ritirato nel passato e in se stesso. Rivendica di aver tenuto lo stadio nel suo luogo, di aver combattuto battaglie che oggi altri si intestano; discute di paternità; celebra i propri duemila. L’82% è la percentuale con cui un partito si dà ragione da solo a proposito di ciò che è stato. È un tempo verbale anche questo, il passato prossimo dell’autocoscienza. E ha, a Siena, una gravità tutta particolare: questo è il partito che teneva insieme il Comune e la Banca, che presiedeva il reale — il credito, le fabbriche, il lavoro, il territorio — e che, perduto il reale e avendone una parte di responsabilità che non ha mai finito di pagare, si è ripiegato sull’amministrazione della propria lingua. Congressi, segreterie itineranti, organigrammi: è la liturgia di chi un tempo governava le cose e oggi governa solo le proprie parole su di sé. Scava bene, all’82%, ma scava in una galleria che non porta in superficie.
Resta vuoto, così, l’unico tempo che conti: il presente. Nessuno lo vuole, e per una ragione precisa. Il presente è l’unico tempo in cui le parole si possono mettere accanto alle cose e verificare. È il tempo in cui si viene colti in fallo. Al futuro si promette impunemente, al passato ci si assolve comodamente; ma al presente bisogna mostrare un fatto, e il fatto o c’è o non c’è. Per questo destra e sinistra, in modi opposti, lo evitano entrambe. E nel presente, intanto, le persone vivono. E perdono il lavoro.
Ha un nome, il presente, e nessuna inaugurazione potrà mai fotografarlo: Beko. Qui finisce la regata delle parole e comincia la secca. Un posto di lavoro è l’unica cosa che non si lascia annunciare: non lo si coniuga al futuro, non lo si delibera, non lo si vota in un congresso, non lo si intesta a nessuno. Il corpo di chi lavora non è un significante, lo stipendio non è una metafora, la cassa integrazione non è un tema da piattaforma programmatica. È la cosa che resiste alla parola, l’osso su cui la lingua si spezza. E proprio perché resiste, è l’unico luogo da cui si possa ricominciare a fare politica per davvero.
Qui sta l’errore dell’opposizione, e non è un errore di tattica — è di sostanza. Crede di perdere perché combatte sul terreno e con il vocabolario dell’avversario. È vero, ma è la conseguenza, non la causa. La causa è che ha accettato la premessa: che la politica sia una guerra di parole. Finché la accetta, ogni sua critica, per quanto puntuale, conferma il campo dell’avversario, perché abita lo stesso spazio. L’unica vittoria possibile non è dire le parole meglio: è rifiutare la premessa. Piantarsi sulla cosa. Diventare il partito del presente — il solo che parli di ciò che è, adesso, e accetti di essere verificato adesso.
E allora una domanda sola, che non si scioglie con nessun aggettivo perché riguarda un fatto e non un discorso: siamo davvero sicuri che la strada scelta da questa maggioranza per la Beko sia l’unica possibile? Chi sa rispondere a questa, in tempo presente, ha già smesso di perdere le parole. Perché ha ritrovato le cose.





