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6 Giugno 2026Lo specchio del torneo
Ogni grande torneo planetario è uno specchio, e ciò che vi si riflette non è quasi mai il gioco. Nato un secolo fa dall’intreccio di rivalità imperiali e ambizioni nazionali, il Mondiale di calcio non ha mai smesso di oscillare tra due nature inconciliabili: festa di popolo e spettacolo delle élite, speranza collettiva e macchina di potere. È in questa frizione che conviene leggerlo, ora che la prossima edizione si avvicina con gli Stati Uniti tra i paesi ospitanti.
Per l’Africa, questo appuntamento porta un’ambizione nuova e legittima. Dopo il cammino di Camerun, Marocco e Senegal, e soprattutto dopo la semifinale marocchina del 2022 in Qatar, gli allenatori di Senegal, Marocco e Costa d’Avorio parlano oggi apertamente di vincere il torneo, senza più essere derisi. È la prima volta che tanta fiducia appare interamente giustificata. E tuttavia, proprio mentre la qualità si afferma, l’unità che la sosteneva mostra crepe. La conclusione acrimoniosa dell’ultima Coppa d’Africa ha liberato online un nazionalismo tossico, profili senza volto che riattizzano i rancori tra algerini e marocchini, tra senegalesi e ivoriani. È il paradosso delle appartenenze: quando si fanno più forti, si fanno anche più sospettose le une delle altre. E allora ci si domanda da dove venisse quella solidarietà continentale tante volte invocata. Era soltanto l’alleanza tattica dei deboli per strappare alla FIFA le concessioni di un tempo? O c’era qualcosa di più immateriale, un modo condiviso di stare al mondo?
La risposta, per chi guarda da fuori, è impietosa. Mentre l’assegnazione finalmente equa dei posti africani viene contestata come fosse un privilegio, e mentre l’amministrazione Trump impone restrizioni d’ingresso a giocatori, staff e tifosi di gran parte delle nazioni africane, il messaggio recapitato è inequivocabile: la vostra presenza è qualcosa da contenere. È la geopolitica travestita da sport — più ci si allontana, più le minute differenze interne svaniscono, e ciò che resta agli occhi del potente è un’unica massa da tenere a distanza. Forse è questo lo specchio: le rivalità che da dentro sembrano abissali, viste dal centro del mondo si dissolvono in un solo profilo da respingere. L’unità africana, allora, non è un sentimento da coltivare ma una necessità da riscoprire ogni volta che lo specchio la ricorda.





