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C’è un modo discreto di rallentare le cose senza mai dire di no, e si chiama verifica. Da oltre tre settimane il consiglio di amministrazione del Monte dei Paschi siede con due poltrone vuote, quelle lasciate da Fabrizio Palermo, rimasto alla guida di Acea, e da Carlo Vivaldi, decaduto per l’incompatibilità con l’incarico in Banca Mediolanum. I successori sono già scritti nell’ordine delle cose: Gianluca Brancadoro e Alessandro Caltagirone, i primi due non eletti della lista del consiglio uscita dall’assemblea del 15 aprile. Eppure non si insediano, perché Francoforte ha aperto un riesame dei requisiti fit and proper che, a quanto trapela, potrebbe durare oltre un mese. Lunedì 8 giugno il board tornerà a riunirsi anche per fare il punto sulla documentazione da trasmettere alla Banca centrale europea, e fino ad allora tutto resta sospeso.
Il punto non è la legittimità del controllo, che nessuno mette in discussione, ma la sua misura. Brancadoro è stato perfino vicepresidente dell’istituto, ed entrambi sono già passati, non molto tempo fa, attraverso il setaccio della vigilanza europea. Di qui la domanda che gira negli ambienti finanziari, disarmante nella sua semplicità: come può la valutazione di due profili già scrutinati a fondo richiedere oggi più tempo di quella riservata a consiglieri del tutto nuovi? I componenti della lista vincente hanno ottenuto il via libera in tempi rapidissimi, mentre per Brancadoro e Caltagirone il semaforo resta ostinatamente giallo. Quando la stessa autorità mostra accelerazioni improvvise in un caso e lentezze interminabili nell’altro, la questione smette di riguardare la qualità dei candidati e diventa la coerenza del procedimento. È il limite strutturale delle autorità indipendenti contemporanee: più si dilata il loro potere, più si fa opaco il criterio con cui lo esercitano, e nell’opacità cresce inevitabile il sospetto che la tecnica copra la convenienza.
A chi giovi quella convenienza non è difficile vederlo. Finché i due non prendono posto, l’amministratore delegato Luigi Lovaglio dispone di una maggioranza che difficilmente incontrerà resistenze interne su qualunque dossier salga in approvazione: il consiglio incompleto non è una condizione neutra, è una corsia preferenziale. E arriva nel mese più delicato, perché il vero teatro non è la cooptazione di due consiglieri ma l’incorporazione di Mediobanca in Rocca Salimbeni, l’operazione su cui Lovaglio ha costruito l’intera strategia a valle dell’opas da quasi quattordici miliardi. Il progetto di fusione, approvato dai due consigli con un concambio di 2,45 azioni Mps per ciascuna azione Mediobanca, deve ora passare al vaglio delle assemblee straordinarie, dove serve la maggioranza qualificata dei due terzi; lo schema prevede che Compass venga intestata a Siena, che Widiba confluisca nella nuova Mediobanca e che Piazzetta Cuccia venga delistata entro l’anno, con sinergie stimate intorno ai 700 milioni e l’obiettivo del closing entro il quarto trimestre. Un ulteriore passaggio consiliare sulla fusione e sullo scorporo è atteso il 22 giugno.
In una partita di questa portata, due voti pesano, e pesano in modo asimmetrico. Il ritorno di Alessandro Caltagirone avrebbe una lettura azionaria evidente, perché il gruppo di Francesco Gaetano Caltagirone è tra i primi soci del Monte: lo stesso socio che in assemblea aveva sostenuto Palermo alla successione di Lovaglio, e sul cui nome la Bce aveva già avanzato critiche poi rimaste senza seguito. Lo stallo, così, congela proprio il fronte che avrebbe potuto introdurre dialettica nel consiglio nel momento in cui si decide il riassetto. Non occorre immaginare regie occulte: basta osservare a chi giova il calendario.
Sul versante dei capitali il segnale è opposto e nitido. Il collocamento del bond senior preferred unsecured da 500 milioni, con scadenza 2029 e rimborso anticipabile dopo due anni, ha raccolto ordini per circa 2 miliardi, una cedola del 3,25% e uno spread di appena cinquanta punti base sopra il mid-swap, ben al di sotto dell’indicazione iniziale e al livello più contenuto mai registrato per le emissioni senior della banca. Gli investitori internazionali, sulla vicenda della governance, non leggono alcun rischio sistemico, e non manca una piccola ironia nel fatto che tra i collocatori dell’operazione figuri la stessa Mediobanca che Siena si prepara a incorporare.
Resta dunque una fotografia a due fuochi: una banca che torna a finanziarsi a condizioni fino a ieri improbabili, e una governance ferma a un riesame i cui tempi, su profili tutt’altro che ignoti, non trovano una spiegazione tecnica del tutto convincente. Non un veto, ma un rinvio, e un rinvio che nei fatti lascia all’amministratore delegato un consiglio senza contrappesi proprio nelle settimane in cui si decide l’integrazione. Quanto durerà lo si capirà presto. L’8 giugno dirà se la documentazione è pronta per Francoforte; il resto seguirà i tempi della vigilanza, che a Siena, di questi tempi, sembrano avere una misura tutta loro.





