
La distanza
12 Giugno 2026
Il perimetro è già definito
12 Giugno 2026Il rito dell’unanimità
C’è qualcosa di profondamente senese, e insieme di malinconicamente rivelatore, nella convocazione del consiglio comunale straordinario sul Monte. La capigruppo si riunirà il 17 giugno per fissare la data, prima del Palio del 2 luglio: persino il calendario della crisi bancaria deve negoziare con il calendario della Festa, e non è un dettaglio folcloristico ma la cifra esatta del problema. La città chiede una seduta monografica quando il perimetro dell’operazione — lo ha detto chi la conduce — è già definito. Si chiede un mandato unanime al sindaco per sollecitare il Governo, il Mef, la Commissione europea, le autorità di vigilanza: tutto giusto, tutto doveroso, tutto tardivo.
L’unanimità, infatti, è il sintomo più che il rimedio. Quando maggioranza e opposizione firmano lettere identiche ai sensi dell’articolo 36 del regolamento, quando si richiamano le mozioni già approvate all’unanimità nelle fasi precedenti — tutela dei lavoratori, servizi direzionali, continuità del marchio, radicamento territoriale — significa che la politica locale ha rinunciato a distinguere, cioè a pensare. L’unanimità è la forma che assume il lutto quando non vuole ancora chiamarsi con il suo nome. I punti “essenziali” elencati nelle mozioni sono, a ben vedere, le voci di un inventario: ciò che resta da salvare quando la cosa stessa è già altrove.
Hanno ragione i sindacati a parlare di oltre tremila lavoratori tra Siena e Firenze, più l’indotto: questa è la sola dimensione su cui la mobilitazione istituzionale ha ancora presa reale, ed è lì che il consiglio comunale dovrebbe concentrare la propria forza contrattuale, anziché disperderla nella retorica identitaria. Perché l’identità, quella, non è in discussione dal 7 giugno 2026: è uscita dalla città molto prima, per sottrazioni successive, governance dopo governance, aumento di capitale dopo aumento di capitale. Il precedente evocato dalla Cgil fiorentina — Banca Toscana, che perse il nome dopo l’assorbimento proprio nel Monte — ha il sapore amaro del contrappasso: Siena rischia oggi ciò che fece ieri.
La seduta straordinaria si farà, e va fatta. Ma sarà utile a una condizione: che i senesi smettano di chiedere al Monte di restare ciò che non è più, e comincino a chiedere — con durezza, con numeri, con scadenze — ciò che la città può ancora ottenere. Posti di lavoro, funzioni qualificate, il patrimonio storico, artistico e archivistico che cinque secoli e mezzo hanno depositato a Rocca Salimbeni. Il resto è liturgia. E le liturgie, a Siena, sappiamo celebrarle meglio di chiunque: il punto è non confonderle con la politica.





