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16 Giugno 2026Quello che non si firma
C’è qualcosa di esemplare, e insieme di vagamente comico, nel modo in cui finisce la guerra dell’Iran. Trump annuncia che l’intesa è «tutta firmata», firmata per via elettronica; il vicepresidente lascia intendere che il testo potrebbe essere reso pubblico prima di venerdì; Pezeshkian, dall’altra parte, conferma che venerdì il memorandum sarà sottoscritto. La pace, insomma, esiste già come dichiarazione prima ancora di esistere come atto, ha una scadenza fissata come una pratica d’ufficio e si compie nello spazio di un’intervista. Si firma a distanza, si comunica in anticipo, si data come si data una bolletta. È la forma perfetta del nostro tempo: l’annuncio corre alla velocità della luce, la cosa annunciata arriva quando può.
Vale la pena soffermarsi su questa sproporzione, perché è il vero filo che tiene insieme le notizie di oggi. La lettura più acuta è quella di chi, alla BBC, osserva che questa intesa non corona il dominio americano ma ne svela il limite: è la fine di una guerra che ha mostrato fin dove arriva la potenza degli Stati Uniti, e dove invece comincia il margine che non controllano più. Il sintomo è nelle reazioni. Netanyahu evita di criticare l’accordo e si affretta a dichiarare raggiunti gli obiettivi principali; ma quando tutti, da ogni lato, sentono il bisogno di proclamarsi vincitori, è il segno più sicuro che nessuno ha vinto davvero. La vittoria, quella vera, non ha bisogno di essere annunciata: si vede. E in un angolo della scena, quasi a farne la caricatura, il ministro israeliano Ben-Gvir costretto a cancellare le vacanze americane perché non ottiene il visto — la superpotenza che dispone della pace nel Golfo ma non sa sbrigare la pratica di un alleato.
Il punto è che la firma è istantanea, le conseguenze no. Le Monde apre sull’economia e dice la cosa che i comunicati non dicono: anche se lo Stretto di Hormuz si riaprisse domani, l’inflazione impiegherà tempo a rientrare. La materia ha i suoi tempi, e non sono i tempi dell’annuncio. Qui torna una vecchia questione, che riguarda Siena come riguarda Teheran: tra il nome dell’evento e la sua sostanza si apre sempre uno scarto, e in quello scarto vive il mondo reale. Si può firmare la pace prima di venerdì; non si può firmare il prezzo del pane, che obbedisce a logiche più lente e più ostinate di qualunque memorandum.
Mentre l’Occidente mette in scena il proprio dramma, altrove il mondo si riorganizza in silenzio. La stampa cinese registra la firma ma non la commenta: il Global Times apre sul colloquio tra Xi e il presidente del Myanmar, e sulla prima azienda a capitale cinese quotata alla borsa di Karachi. È un’altra grammatica della potenza — non l’annuncio spettacolare, ma la tessitura paziente di una sfera d’influenza che cresce dove nessuno guarda. L’Europa, dal canto suo, avvia formalmente l’adesione di Ucraina e Moldavia, scommettendo sull’allargamento come garanzia di sicurezza. Il centro del mondo, semplicemente, si è moltiplicato: non c’è più un unico tavolo a cui si decide, e la firma elettronica di un presidente è solo una delle tante scritture che cercano, ciascuna, di fissare un equilibrio provvisorio.
C’è poi un registro più profondo, che le notizie minori lasciano affiorare meglio di quelle maggiori. Il Parlamento francese ratifica la restituzione alla Guyana dei resti di sei amerindi esibiti negli «zoo umani»: una potenza che fa i conti con il proprio passato, con un’epoca in cui mise in mostra altri esseri umani come spettacolo. L’UNICEF avverte che quasi metà dei bambini del pianeta è esposta ad almeno tre rischi climatici insieme. E l’Unione si appresta a deregolamentare i nuovi OGM, con la sintesi fulminante di chi parla di giocare coi fiammiferi ai piedi di un rogo. Sono tre volti della stessa domanda: il rapporto tra il potere e il tempo che non possiede — il passato di cui deve rispondere, il futuro su cui sta scommettendo a scatola chiusa. E intanto, in Sudan, i droni hanno ucciso più di mille persone in cinque mesi: le guerre che non hanno una firma, che nessuno annuncia prima di venerdì, che finiscono nel silenzio in cui erano cominciate.
Manca un ultimo tassello, e non è il meno rivelatore. A Stanford, decine di neolaureati si alzano e voltano le spalle al discorso dell’amministratore delegato di Google. Non governano ancora nulla, ma hanno già scelto da che parte stare. È la domanda che torna sotto tutte le altre: chi tiene il timone degli strumenti che producono il valore, l’informazione, il futuro — e a chi rispondono. Una generazione che esce dall’aula è un modo silenzioso di dire che la firma elettronica del potere non basta più a legittimarlo.
Resta, alla fine, l’immagine da cui siamo partiti. Una pace firmata elettronicamente, comunicata prima di esistere, scadenzata a venerdì. La firma viaggia istantanea; ma l’inflazione, il clima, i bambini esposti, i morti del Sudan, gli equilibri di un mondo che non ha più un solo centro — tutto questo non si firma, e arriva con i suoi tempi, che non sono i nostri. Si può sottoscrivere la fine di una guerra. Non si sottoscrive il mondo che quella





