
Après la guerre, quel avenir pour le détroit d’Ormuz ?
19 Giugno 2026
«L’opas su Mps? Governo neutrale. Ma per Intesa possibili prescrizioni»
19 Giugno 2026C’è una crudeltà involontaria nella scelta del luogo. Trump ha firmato la sua pace con l’Iran a Versailles, la sera del diciassette giugno, tra le dorature della reggia, nel mezzo di una cena, con Macron seduto al fianco e la stampa in attesa del gesto come si attende il levarsi di un sipario. Versailles: il nome dovrebbe far tremare chiunque conosca la storia. Perché a Versailles, nel 1919, si firmò l’altra pace, quella che doveva chiudere la prima guerra mondiale e che invece, con la sua durezza punitiva, ne preparò la seconda. Fu una pace che ebbe della pace soltanto il nome. Scegliere quella sala per siglare la fine di un’altra guerra è un’ironia che la cronaca non ha colto e che la storia, di solito, non perdona.
La scena, del resto, era costruita per la fotografia e non per la storia. Il pennarello nero, la firma esibita, l’immagine spedita agli iraniani perché controfirmassero a distanza, l’applauso del Segretario di Stato alle spalle, il “bravo” del padrone di casa: una liturgia del consenso girata per i social, dove la diplomazia si riduce a un atto notarile messo in posa. E la chiosa, affidata a tre parole che pretendono di misurare un evento epocale con l’unità di conto della borsa: petrolio giù, titoli su. Come se la fine di una guerra valesse l’oscillazione di un listino, e migliaia di morti potessero essere contabilizzati nella colonna giusta di un bilancio trimestrale.
Conviene allora guardare la cosa, non il suo nome. E la cosa, qui, comincia dalla parola che la nomina. Un memorandum d’intesa non è un trattato: è una dichiarazione d’intenzione, una promessa di trattare, un foglio che confessa nella propria intitolazione la propria provvisorietà. Il documento firmato — l’intesa di Islamabad, costruita dalla mediazione pachistana — apre una finestra di sessanta giorni in cui si dovrà ancora negoziare tutto: la riapertura dello Stretto di Hormuz, lo smantellamento del blocco navale, la diluizione dell’uranio arricchito sotto la sorveglianza dell’agenzia atomica. Nulla di tutto questo è concluso. Tutto è ancora da verificare. Lo ha detto, con asciuttezza più eloquente di mille comunicati, il portavoce iraniano: ora si tratta di provare l’attuazione. Quella frase è l’intera verità del diciassette giugno. A Versailles è stata firmata un’intenzione; la sostanza è altrove, ed è ancora intera: nello Stretto che davvero si riapre o no, nell’uranio che davvero si diluisce o no, nei morti che davvero si contano o no.
Ed è proprio sul terreno della sostanza che la sproporzione si rovescia. Questa guerra cominciò il ventotto febbraio come una guerra di scelta, dichiarata con la promessa di rifare il Medio Oriente. Si chiude, poco più di tre mesi dopo, con il regime iraniano in piedi e, a giudizio di molti osservatori, persino rafforzato; con Hezbollah ancora al suo posto in Libano; con Israele messo da parte e furente, convinto — tanto l’opposizione quanto gli alleati di governo — che il vero sconfitto della trattativa sia proprio chi la guerra l’aveva voluta. Nel mezzo, il prezzo che nessun listino registra: migliaia di vittime in Iran, oltre tremila secondo le prime stime; migliaia in Libano; quasi un quinto di una popolazione costretta alla fuga. La distanza tra la promessa e l’esito è la misura esatta del fallimento. Si era partiti per trasformare una regione; si torna con una ritirata travestita da trionfo, firmata in pompa magna affinché nessuno la chiami con il suo nome.
È qui che la vicenda di Versailles smette di essere lontana. Perché l’operazione mentale che essa richiede è sempre la stessa, e l’ho vista all’opera anche più vicino a casa: distinguere il nome dalla cosa, il simbolo dalla sostanza, l’unità retorica dall’impegno verificabile. Una firma può dare a un atto tutta l’aura che vuole — la reggia, le dorature, il pennarello, l’applauso — senza per questo cambiare di un’oncia la materia che resta da governare. Il simbolo promette; la sostanza, semmai, mantiene. E tra il momento in cui si promette e il momento in cui si mantiene c’è tutto ciò che conta davvero: la fatica della verifica, la pazienza del controllo, l’onestà di misurare le cose con il loro metro e non con quello, addomesticato, di chi le ha decise.
Resta l’avvertimento, antico quanto la reggia. La pace che ha soltanto il nome non tiene. Lo sa quella sala meglio di chiunque la attraversi oggi col passo del trionfatore. Una pace si giudica non dalla firma che la inaugura, ma dai sessanta giorni — e dai sessant’anni — che la mettono alla prova. Per ora, a Versailles, è stato firmato un intento. Il resto è ancora tutto davanti, e il petrolio che scende non lo dice.





