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Carrère lo dice con la sincerità che gli conosciamo: è fra quelli, sempre più numerosi, convinti che stiamo andando verso una catastrofe storica senza precedenti — il tracollo della civiltà se si è ottimisti, l’estinzione della specie se si è pessimisti. E da lì la domanda che paralizza: che senso ha scrivere d’altro? La frase è onesta e per questo è insidiosa. Vale la pena disinnescarla con cura, perché il modo in cui è costruita dice più della tesi che difende.
Il primo congegno è una falsa alternativa. Ottimismo e pessimismo non aprono due strade, ne offrono una sola con due gradazioni di buio: o crolla la civiltà o si estingue la specie. Anche la speranza, qui, è già rovina; serve solo a misurare quanto sprofonderemo. Quando un ragionamento si chiude così perfettamente, di norma è perché ha deciso la conclusione prima di cominciare, e tutto il resto è arredo. Il secondo congegno è l’aggettivo: «senza precedenti». Sembra un’enfasi e invece è un permesso. Se la fine è inaudita, allora ogni sapienza accumulata diventa inservibile, e ci si può accomodare nell’impotenza con la coscienza a posto. La retorica dell’inedito disarma la tradizione esattamente quando ce ne sarebbe più bisogno.
Ma il congegno decisivo è un altro, ed è grammaticale prima che filosofico. Tutta la frase si regge su un soggetto mai dichiarato: la nostra civiltà, la nostra specie. Chi è questo noi? Parla come se ci fosse una sola civiltà — la propria — e come se la sua fine coincidesse con la fine in quanto tale. È qui che la confessione angosciata rivela, suo malgrado, una traccia di vecchia arroganza.
Perché la fine del mondo è già accaduta. Molte volte, e a molti. È accaduta a chi ha visto arrivare le navi e ha visto cancellare in una generazione la propria lingua, i propri morti, i propri dèi, il proprio calendario, l’intero sistema di senso che teneva insieme il cielo e la terra. È accaduta a popoli interi che si sono ritrovati sopravvissuti dentro un mondo diventato d’un tratto quello di qualcun altro. Per loro l’apocalisse non era una proiezione ansiosa sul futuro: era la cronaca. E quei mondi finiti hanno continuato — questo è il punto che dovrebbe togliere il sonno più della catastrofe — hanno continuato a cantare, a intagliare, a raccontare, a tessere, dentro la fine e non dopo. La cultura non si è rivelata il lusso di un dopo che non sarebbe mai venuto, ma la pratica del durante.
Allora la catastrofe «senza precedenti» è senza precedenti soltanto per chi, fino a ieri, era stato risparmiato. È la fine vista da chi ha sempre abitato dalla parte di chi infliggeva le fini altrui, non dalla parte di chi le subiva. E qui sta il rovesciamento più scomodo: persino nel disfarsi, persino nell’annunciare la propria estinzione, questo noi continua a pensarsi misura di tutto. Reclama l’universalità anche per la propria rovina. La fine del mio mondo dev’essere la Fine; la mia catastrofe non può essere una fra le tante, dev’essere quella definitiva, l’ultima parola sulla storia. È l’apocalisse intesa come ultimo privilegio: il diritto di restare il centro perfino mentre si crolla. Altri hanno avuto la fine senza il megafono. A noi tocca anche il megafono.
Tolto il privilegio, la domanda di Carrère cambia natura. «Che senso ha scrivere d’altro» nasconde un errore di misura: dà per scontato che il valore di un gesto si pesi sulla sua durata, sul fatto che sopravviva all’urto. Ma è una premessa che, presa sul serio fino in fondo, dissolve qualunque vita umana — siamo tutti mortali, dunque nulla dura, dunque nulla vale. Nessuno vive davvero così, e chi dice di crederlo si tradisce nel momento stesso in cui scrive la frase: il gesto di formulare la domanda è già una risposta alla domanda. Si scrive, anche solo per dire che non avrebbe senso scrivere. Il senso non sta nel futuro che garantisce l’opera, sta nel presente che l’opera apre. Vale per una pagina come per un restauro, per una mostra come per un comitato che si riunisce per riportare alla luce qualcosa.
Lo sa bene chi abita certi luoghi. Ci sono terre che stanno letteralmente sopra una catastrofe — il calore che cova, il fuoco trattenuto nelle viscere, la pressione che ogni tanto fa tremare. Chi vive lì non ha mai potuto pensare «d’altro» rispetto alla forza che potrebbe inghiottirlo. E proprio per questo non si è paralizzato: ci ha costruito sopra una cosmologia e un’economia, ha trasformato la prossimità all’abisso nella forma stessa dell’abitare. Ha imparato che si vive sopra il fuoco, non in attesa che il fuoco passi. È l’esatto contrario dell’angoscia da salotto: lì la catastrofe non spegne il senso, lo accende; non chiude il gesto, lo esige.
Forse è questa la risposta da restituire a Carrère, e non è una consolazione, è un rovesciamento. La fine non è una scusa per smettere; è la condizione di sempre, finalmente vista in faccia. Si è sempre scritto, costruito, intagliato, curato sopra il fuoco di sotto. La novità non è che il mondo possa finire — questo lo sapevano già tutti quelli a cui è finito davvero. La novità, semmai, è che ce ne accorgiamo anche noi. E accorgersene non autorizza a deporre gli strumenti: obbliga a usarli meglio.
Pierluigi Piccini





