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Antonio Prete è una di quelle figure in cui la critica letteraria non si è mai separata dal pensiero, e per questo il suo nome dice molto più di una specializzazione. A Siena ha insegnato letterature comparate per decenni, e proprio da lì, da una postazione laterale rispetto ai grandi centri, ha costruito un’opera che tiene insieme poesia e filosofia senza gerarchie, come se fossero due modi della stessa attenzione. Non c’è, in lui, il critico che spiega la poesia dall’esterno, armato di una teoria portata da fuori; c’è piuttosto un lettore che si lascia abitare dai versi fino a pensare con essi.
Il cuore di questo percorso resta Il pensiero poetante, dove l’intuizione è che in Leopardi la poesia non illustri un pensiero già formato altrove, ma sia essa stessa una forma del pensare, qualcosa che accade nel verso e non prima del verso. È una tesi che ha cambiato il modo di leggere lo Zibaldone, sottraendolo sia a chi lo trattava con la sufficienza dei filosofi sia a chi lo riduceva a officina filologica. Da lì in avanti la malinconia, la lontananza, la compassione hanno smesso di essere stati d’animo per diventare categorie con una loro storia e una loro intelligenza, modi in cui l’esperienza si organizza e si dà forma. La lunga frequentazione di Baudelaire, culminata nella traduzione dei Fiori del male, appartiene alla stessa postura: tradurre, per Prete, non è mai stato trasporto pulito da una sponda all’altra, ma abitare l’ombra di un’altra lingua, accettarne l’opacità e restarci dentro.
C’è una continuità sotterranea tra questa idea di lontananza e la frase sulla vecchiaia che chiude il ritratto. Chi ha fatto della distanza una categoria dell’esperienza — la lontananza che accende il desiderio, che struttura la memoria, che dà profondità allo sguardo — arriva alla propria età avanzata e dice che interpretarla è inutile. Non è una resa, è coerenza. È l’interprete che a un certo punto riconosce un residuo della vita che non si lascia decifrare, e che forse va lasciato essere anziché tradotto in senso. Una specie di via negativa applicata al tempo vissuto, dove davanti al proprio invecchiare l’ermeneutica deve farsi da parte. Da uno che ha passato la vita a leggere i sentimenti come se avessero una grammatica, suona quasi come l’ultima lezione: ci sono soglie che non si attraversano leggendole, ma soltanto abitandole, e la vecchiaia è la più estrema di quelle lontananze, l’unica che non concede più la distanza necessaria per essere guardata.





