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La foto e la sovranità
22 Giugno 2026Su «My Father’s Tears» di John Updike
C’è un racconto tardo di Updike — New Yorker, 2006, poi titolo della sua ultima raccolta — che si regge tutto su un’immagine sola, dichiarata nella prima riga: l’autore ricorda di aver visto il padre piangere una volta sola in vita sua, alla stazione, mentre il figlio diciottenne parte per il college. Intorno a quella lacrima si dispone tutto il resto: un’intera esistenza, due matrimoni, due padri, la morte in Italia.
Conviene dire subito a cosa si riferisce. Prima di tutto alla vita stessa di Updike, trascritta più che inventata: la maschera è sottilissima, e dietro il protagonista non c’è quasi nessuno schermo. La cittadina industriale ribattezzata, il padre professore che corregge i compiti di matematica e i cui ex studenti ritrovi vecchi alla rimpatriata, la prima moglie figlia di un pastore unitariano, la data vera della morte del padre nel 1972: materiale di memoria, non di trama. È una confessione travestita da finzione. Ma c’è un secondo referente, ed è quello che salva il pezzo dall’album di famiglia: un’America che muore. La città “depressa da quando le filande hanno cominciato a scivolare verso Sud”, la stazione costruita “per l’eternità” e poi murata, raccontano un paese che si svuota nello stesso gesto con cui si svuota un padre. Il tempo che divora un uomo e quello che divora un’intera civiltà del ferro e del vapore sono lo stesso movimento.
Il cuore è un paradosso. Il padre, al binario, non piange per una perdita presente: piange perché vede, dentro il presente, la perdita futura — tratta il figlio vivo come già morto, e solo in quell’anticipo l’amore diventa finalmente dicibile. Si capisce di amare quando si comincia a perdere. Da qui la chiusa, rovesciata: quando il padre muore davvero, lontano, e la moglie sussurra “piangi”, il figlio non ci riesce. “Le lacrime di mio padre avevano consumato le mie.” L’unica lacrima vista alla stazione si era già presa in anticipo tutto il dolore disponibile.
Lo stesso pensiero spiega perché i padri, nel racconto, siano due. “È facile amare le persone nel ricordo; il trucco difficile è amarle quando ti stanno davanti.” Il padre morto si lascia amare senza sforzo, perché ha ormai una forma fissa; il suocero vivo, detestato da giovane e amato da vecchio, è la prova del nove dell’amore difficile. La differenza tra i vivi e i morti è una differenza di forma: i morti smettono di sfuggirci, i vivi no.
Resta lo stile, che di tutto questo è il vero argomento: Updike posa il vocabolario del sacro sulle cose più dimesse della provincia. “Siamo circondati di acqua santa; tutta l’acqua è santa” — nelle lacrime, nell’arcobaleno su un muro di campagna, nei bagliori di un fiume visti dall’aereo. Una prosa che fa di una stazione di provincia una cattedrale, e di una sola lacrima la misura di un’intera vita.





