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Mentre l’attenzione internazionale resta concentrata sul difficile dopoguerra tra Stati Uniti, Israele e Iran, il quadro globale continua a trasformarsi su più fronti. Catastrofi naturali, emergenze climatiche e profondi cambiamenti politici stanno ridisegnando gli equilibri internazionali, mostrando come le grandi crisi del nostro tempo siano ormai strettamente intrecciate.
Il dramma più immediato arriva dal Venezuela, dove una violenta sequenza di terremoti ha provocato almeno trentadue vittime e oltre settecento feriti. A Caracas numerosi edifici sono crollati o hanno subito gravi danni, mentre i soccorsi faticano a raggiungere alcune aree colpite. Il disastro rappresenta un ulteriore colpo per un Paese già provato da anni di crisi economica, politica e sociale, rendendo ancora più fragile una popolazione che da tempo vive in condizioni difficili.
Parallelamente, l’Europa affronta un’emergenza di natura diversa ma altrettanto significativa. L’ondata di caldo che sta attraversando il continente ha fatto registrare nuovi record storici: la Francia ha vissuto la giornata più calda mai misurata, mentre il Regno Unito ha registrato il giorno di giugno più caldo della propria storia. Le temperature hanno trasformato il cambiamento climatico da questione ambientale a problema politico e sociale.
Il dibattito sull’aria condizionata ne è il simbolo più evidente. Per anni una parte della sinistra europea aveva considerato il ricorso massiccio ai climatizzatori come un modello di adattamento sbagliato, preferendo politiche di riqualificazione urbana ed edilizia. Oggi, di fronte a temperature che raggiungono e superano i 40 gradi anche nelle grandi città, quella posizione viene profondamente rivista. Vivere negli ultimi piani degli edifici, soprattutto nelle metropoli come Parigi, sta diventando una questione di salute pubblica. La crisi climatica obbliga così la politica a confrontarsi con un dilemma nuovo: come conciliare la riduzione dei consumi energetici con la necessità di proteggere milioni di cittadini dagli effetti del caldo estremo.
Anche sul piano geopolitico le trasformazioni sono profonde. In Iran il Paese si prepara ai funerali ufficiali dell’Ayatollah Ali Khamenei. Teheran ha proclamato tre giorni di festività nella capitale e ha invitato numerosi leader stranieri, tra cui il primo ministro indiano Narendra Modi. Le esequie assumono così il valore di un evento diplomatico mondiale, destinato a misurare il grado di isolamento o, al contrario, la capacità dell’Iran di mantenere relazioni internazionali dopo il recente conflitto.
Nonostante il cessate il fuoco, tuttavia, la stabilità regionale appare ancora lontana. Israele ha annunciato che manterrà le proprie truppe nel Libano meridionale, una scelta che rischia di complicare ulteriormente il dialogo con Teheran e di alimentare nuove tensioni lungo il confine settentrionale.
Anche tra gli alleati degli Stati Uniti emergono segnali di cambiamento. Negli Emirati Arabi Uniti, uno dei partner storicamente più vicini a Washington, cresce il malcontento nei confronti dell’amministrazione americana dopo il conflitto con l’Iran. La convinzione, sempre più diffusa, è che la guerra abbia aumentato l’instabilità regionale senza rafforzare la sicurezza del Golfo. È un segnale che potrebbe incidere sugli assetti strategici del Medio Oriente nei prossimi anni.
Negli Stati Uniti, intanto, si osservano mutamenti significativi sia all’interno del Partito Democratico sia nella politica locale. A New York il successo elettorale di Zohran Mamdani e dei candidati sostenuti dal sindaco conferma la crescita dell’ala progressista della coalizione democratica. Parallelamente, anche il rapporto tra il Partito Democratico e AIPAC, la potente organizzazione filo-israeliana, appare sempre più conflittuale. Quello che per decenni era stato uno dei pochi punti di consenso bipartisan nella politica americana sta diventando motivo di forte divisione, riflettendo il cambiamento dell’opinione pubblica statunitense sulla questione israelo-palestinese.
Nel Regno Unito, invece, le difficoltà economiche continuano a limitare le ambizioni di riforma. I progetti di investimento e di maggiore ricorso all’indebitamento sostenuti dal sindaco di Manchester, Andy Burnham, si scontrano con una situazione fiscale sempre più rigida, mostrando come gran parte delle economie occidentali debba ormai conciliare investimenti pubblici indispensabili con finanze sempre più sotto pressione.
Infine, uno sguardo si rivolge alla Corea del Nord. L’attenzione degli osservatori internazionali si concentra sulla giovane figlia di Kim Jong Un, sempre più presente nelle apparizioni ufficiali del leader. La sua crescente visibilità alimenta le ipotesi che il regime stia preparando una successione dinastica senza precedenti, confermando come la continuità del potere rimanga uno degli elementi centrali della stabilità del sistema nordcoreano.
Il filo che unisce queste vicende è evidente. Le crisi del XXI secolo non sono più isolate. Un terremoto, un’ondata di caldo, una guerra regionale, una successione dinastica o una trasformazione politica interna fanno parte dello stesso scenario globale. Governi e società sono chiamati contemporaneamente a gestire sicurezza, cambiamento climatico, resilienza economica e trasformazioni geopolitiche. La sfida non consiste più nel risolvere una singola emergenza, ma nel costruire istituzioni capaci di affrontare un mondo in cui le crisi si sovrappongono e si alimentano reciprocamente.





