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Se si volesse fissare in una formula lo stato del Paese a fine giugno, sarebbe questa: tutto è deciso, niente è compiuto. Ogni dossier importante è stato portato fino alla soglia della scelta e lì, sulla soglia, lasciato. Si firma un impegno e se ne sposta l’attuazione di un decennio; si lancia un’offerta e se ne rimanda l’esito al 2027; si annuncia un voto e lo si colloca in un futuro prossimo ma non ancora certo. L’Italia vive dentro questa sospensione, e conviene attraversarla per quadranti.
Il primo è quello internazionale, dove la settimana ha avuto il suo teatro. Dopo lo strappo di metà mese con Washington — le stoccate del presidente americano sull’uso negato delle basi, la replica ironica della premier che ha derubricato la questione ricordando che la politica estera non si fa come Temptation Island — la scena si è spostata a Berlino, dove mercoledì i leader dei cinque principali Paesi europei dell’Alleanza si sono riuniti nel formato E5 in vista del vertice atlantico, con l’obiettivo dichiarato di preparare il continente a un graduale ridimensionamento della presenza militare statunitense. Sullo sfondo c’è l’impegno preso un anno fa: portare la spesa per difesa e sicurezza al cinque per cento del prodotto entro il 2035, scomposto in un 3,5 di difesa stretta e un 1,5 di sicurezza allargata. Ad Ankara, il 7 e 8 luglio, l’Italia si presenterà con un 2,8 per cento per il 2026: ma una parte cospicua di quell’aumento nasce dall’inclusione nel conto di attività di sicurezza interna e protezione del territorio, secondo le regole di contabilizzazione dell’Alleanza. Si raggiunge la cifra ribattezzando ciò che già esiste. È il rinvio travestito da adempimento.
Il secondo quadrante è l’economia reale, che ai nomi non si piega. A maggio l’inflazione ha toccato il 3,2 per cento, il livello più alto da quasi due anni, trainata dall’energia che paghiamo più cara d’Europa. Il deficit non concede margini, la procedura europea pesa, e la produzione industriale è tornata ai livelli del 2020 dopo un crollo che nessun altro Paese dell’area Ocse ha conosciuto altrettanto profondo. Qui il rinvio non è una scelta tattica ma un destino: si rimanda perché mancano le risorse, e mancano perché si è già speso il futuro. Il Piano nazionale che ha tenuto in piedi la crescita di questi anni chiude proprio in questi giorni, e con esso si chiude anche la stagione del denaro altrui.
Il terzo quadrante è la politica interna, ed è quello dove la sospensione si fa quasi clima dell’anima. I sondaggi raccontano un equilibrio immobile e insieme inquieto: Fratelli d’Italia stabile attorno al 28 per cento, il Partito democratico intorno al 22, e il dato più mobile della settimana è il sorpasso di Futuro Nazionale di Vannacci sulla Lega. Sull’altro versante il campo largo si impantana sulla patrimoniale, con i Cinque Stelle e Renzi che si sfilano, mentre si rincorrono le indiscrezioni su un voto anticipato che la premier collocherebbe verso la primavera del 2027. Davanti, l’unico appuntamento certo è il referendum sulla separazione delle carriere, vero spartiacque simbolico più che numerico. Tutto il resto è preparazione di una partita che si giocherà altrove, più avanti.
Resta il quarto quadrante, quello che da queste parti non è mai soltanto cronaca finanziaria. L’offerta di Intesa Sanpaolo su Monte dei Paschi e Mediobanca, da circa 30,6 miliardi, ridisegna gli equilibri storici della finanza italiana: Mediobanca resta interamente nel perimetro Intesa, con il marchio intatto, mentre Unipol rileverà l’entità senese, circa 635 filiali, il marchio storico e i palazzi — compresa Rocca Salimbeni — per un corrispettivo fra tre e tre miliardi e mezzo. Anche qui, il copione è il differimento: prima l’assemblea di settembre sull’aumento di capitale, poi il lungo passaggio dalle autorizzazioni di vigilanza, dall’antitrust, dal Golden Power, dalla Consob, e solo a valle il periodo di adesione; la cessione a Unipol è attesa nel 2027. Intanto il Monte non sta fermo: i consigli hanno approvato il riassetto interno che scorpora investment e private banking e la quota in Generali, accelerando proprio mentre l’offerta pende. Sotto la superficie tecnica si gioca, come sempre, la questione vera — il nome di una città, la sua sovranità economica, la sua memoria — consegnata però a un calendario che la rinvia.
Il filo che lega i quattro quadranti è questo: un Paese capace di prendere posizione su tutto e di concludere quasi nulla, che amministra il presente spostando in avanti il momento della verità. La sospensione non è inerzia, è una forma di governo. Funziona finché i conti — quelli militari, quelli pubblici, quelli bancari, quelli elettorali — non vengono presentati tutti insieme. E un’estate, di solito, è esattamente il tempo che precede l’autunno in cui i conti arrivano.





