
La facoltà di nominare
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Mentre il paese discute di tutto, il suolo dell’estate brucia in silenzio e non chiede il permesso a nessuno. Le temperature scavalcano i quaranta gradi per giorni, i fiumi si ritirano lasciando che il mare risalga per chilometri dentro le terre del delta, i binari si dilatano sotto il sole e i convogli rallentano perché il metallo, a differenza dei comunicati, obbedisce solo alla fisica. È un fondale che converrebbe tenere d’occhio, perché su quello sfondo di calore reale si recita una commedia che è tutta di parole: la commedia, tipicamente nostra, in cui al posto della cosa da affrontare si mette sempre un nome da esibire. Un manager nuovo, una sigla nuova, un reduce riabilitato, un acronimo tricolore: qualunque surrogato, purché dispensi dal toccare la sostanza.
Si prenda la vicenda più limpida, quella dei treni. Per mesi una rete ferroviaria sfibrata accumula ritardi, guasti, cantieri a centinaia, e il disagio si scarica ogni giorno sulle spalle di chi viaggia. A un certo punto qualcosa deve pur muoversi: e ciò che si muove è il vertice dell’azienda. L’amministratore delegato lascia in anticipo, scelto un tempo dallo stesso ministro che oggi lo congeda, e al suo posto ne arriva un altro, interno, fidato. Il ministro resta. È la perfezione del meccanismo: il capro espiatorio non serve a riparare la macchina, serve a sostituire la responsabilità con un avvicendamento, a far credere che cambiare il nome in cima all’organigramma equivalga a cambiare la cosa che non funziona sotto. Chi ha amministrato sa che questa è la tentazione più antica del potere in difficoltà: trovare qualcuno da rimuovere per non doversi rimuovere; offrire una testa per non offrire una soluzione. Il treno, però, continuerà a fermarsi nella calura, perché il binario non legge i comunicati del ministero.
Lo stesso movimento, in forma diversa, attraversa la politica. Un uomo che ha scontato la sua pena esce dal carcere e, nel giro di poche ore, viene accolto a tavola da un movimento nuovo che cerca legittimazione: gli si chiede di portare la sua esperienza, parola levigata che maschera l’operazione. Perché ciò che si presenta come rifondazione ha bisogno, per stare in piedi, di un reduce della stagione precedente, di un volto che dia spessore a un’etichetta ancora sottile. Il nuovo si fa puntellare dal vecchio e lo chiama futuro; l’identità si proclama mentre si ricicla. Anche qui la sostanza — un’idea originale di paese, una proposta che non sia la riedizione indurita di antiche pulsioni — viene rimpiazzata da un nome che suona come rottura e funziona come continuità. Si saluta come novità l’ingresso di chi non ha nulla di nuovo da dire, salvo l’esperienza di averlo già detto.
E poi c’è il capitolo più rivelatore, perché tocca il cuore di ciò che decide davvero il futuro: la capacità di produrre conoscenza e tecnica. Si annuncia in pompa magna una macchina pensante nata in casa, costruita nella nostra lingua, presentata non come un prodotto ma come un atto di indipendenza, quasi un’infrastruttura della democrazia nazionale. Poi la si mette alla prova e crolla in pochi giorni: risponde con sicurezza imperturbabile a domande elementari sbagliando tutto, scambia il peso delle cose, smarrisce la geografia, rassicura su ciò che dovrebbe allarmare. Viene ritirata in fretta, con la formula pudica del test esplorativo finito fuori rotta. Il punto non è la figuraccia tecnica, che sarebbe perdonabile: il punto è la grammatica. Si è messo il nome — sovranità tecnologica — al posto della cosa, che richiede dati, calcolo, ricerca, scala industriale, anni di lavoro e capitali che non si evocano con un battesimo. È il paese che sa regolamentare meglio di quanto sappia costruire, che produce retorica dell’autonomia mentre la dipendenza resta intatta. La sovranità invocata come parola d’ordine è l’esatto contrario della sovranità esercitata come fatica.
Lo stesso si potrebbe dire delle altre partite che riempiono le cronache. Si proclama l’autonomia energetica mentre le bollette si annunciano in rialzo perché la rete è gestita con criteri del secolo scorso e il caldo gonfia i consumi: il nome, indipendenza, contro la cosa, una infrastruttura vecchia. Si annunciano riserve di soldati e miliardi di riarmo per gli anni a venire, e intanto si litiga su quante volte gli aerei altrui siano decollati dalle nostre basi: la postura della potenza che decide contro la realtà del territorio che ospita decisioni prese altrove. Ovunque la stessa scena: l’annuncio che precede e sostituisce la costruzione, il battesimo che fa le veci dell’opera, la parola che si gonfia in proporzione esatta al vuoto che deve coprire.
Non è ipocrisia, e chiamarla così sarebbe pigro. È qualcosa di più strutturale e più interessante: una cultura del governo che ha imparato a operare sui segni invece che sulle cose, perché i segni si producono in un giorno e le cose in un decennio, e il tempo della politica si è fatto troppo breve per la materia. Si nomina, si annuncia, si avvicenda, si ribattezza; e ogni volta si guadagna il ciclo di notizie che separa un problema dalla sua prossima manifestazione. Il guaio è che la materia non è gentile come i segni. Non si lascia sostituire, non accetta surrogati, non si placa con un cambio di nome. Torna, e torna sempre nel punto fisico in cui era stata rimossa: il binario che si piega, la rete che cede, il fiume che si prosciuga, il modello che sbaglia il peso di un chilo.
Per questo conviene tornare, alla fine, al calore dell’estate da cui siamo partiti. Il caldo non è una metafora che ho scelto: è la cosa, nel senso più crudo, l’unica che in tutta questa stagione non si lascia rinominare a vantaggio di nessuno. Nessuno può intestarsi la siccità, nessuno può promuoverla con un comunicato, nessuno può sostituirla con un manager. Sta lì, a misurare per contrasto la distanza tra ciò che il potere dice e ciò che il territorio subisce. E ci ricorda la sola regola che la politica dei surrogati continua a violare: che governare non è trovare il nome giusto da mettere al posto della cosa, ma avere il coraggio di mettere le mani sulla cosa stessa, sapendo che non ringrazierà, non darà titoli, non finirà in un annuncio — e che proprio per questo, forse, è l’unica cosa che resta da fare.





