
The Kinks – Lola
30 Giugno 2026Nota. Dopo il lavoro precedente — la lettura di San Bartolomeo, della croce sotto l’intonaco, del convento e della banca — conviene ora scendere più in dettaglio, e provare a leggere sotto le pietre e sotto le miniere ciò che di solito resta implicito: il modo in cui due paesi vicini hanno pensato sé stessi e il proprio lavoro. È una ricostruzione di mentalità, e va detto subito che sarà parziale — le mentalità non si dimostrano come si data una lapide, si inducono da indizi convergenti, e ogni induzione lascia fuori qualcosa. Ma è proprio a questo livello, quello della testa lenta che si forma per secoli e si scioglie ancora più lentamente, che il passato smette di essere archeologia e comincia a spiegare il presente. Quel che segue prova a tracciarne le linee, sapendo di non poterle chiudere tutte.
I. Due nascite: la terra che si tiene e il passaggio che si attraversa
Due paesi a pochi chilometri l’uno dall’altro, sullo stesso massiccio, con lo stesso castagno e lo stesso freddo che scende dalla vetta, e tuttavia due creature opposte. A chi guarda la carta, Abbadia San Salvatore e Piancastagnaio sembrano varianti dello stesso tema amiatino: due borghi di pietra lavica aggrappati al fianco di un vulcano spento. Non lo sono. E la domanda che permette di capirli non è quella che viene spontanea — chi abbia comandato sulla montagna, i re longobardi, gli abati, i conti, i marchesi, oggi le imprese —, perché il comando passa di mano e non spiega nulla. La domanda vera è più sottile, e riguarda il rapporto che un luogo intrattiene con ciò che lo fa vivere: se coincide con la propria risorsa, fino a diventare una cosa sola con essa, o se invece le sta semplicemente accanto, la lascia transitare, ne ricava qualcosa senza lasciarsene definire. Da questa differenza, che pare di sfumatura, discende una catena lunghissima di conseguenze, fino alla forma stessa del pensiero degli uomini. Ma sarebbe troppo comodo, e falso, leggerla in una sola direzione, come se la terra producesse meccanicamente la storia e la storia la testa. Le cose si tengono in un modo più intricato e più interessante: la base materiale inclina, è vero, ma ciò che essa inclina — la mente, la volontà, la cultura — a sua volta ritorna sulla base, la piega, qualche volta la crea di sana pianta dove non c’era nulla. Tra il monte e l’uomo c’è un andirivieni continuo, non una catena di comando a senso unico. È questo viavai, e non una fatalità geologica, ciò che racconta davvero la differenza tra i due paesi.
Comincia, l’andirivieni, con la nascita stessa. Abbadia è l’abbazia: il borgo esiste perché esiste il monastero, ne è l’emanazione e la servitù. Quando i Longobardi, nell’VIII secolo, fondano in quota il San Salvatore — benedettino, poi affidato nel 1228 ai Cistercensi —, non costruiscono un paese con accanto una chiesa, costruiscono un cenobio che diventa signore del territorio, e il paese gli cresce attorno come l’edera al tronco. Ma si badi: a fondare non è la geografia, è una decisione. Un re, un disegno politico, la volontà di controllare una montagna e i traffici che le passano ai piedi. È un’idea che pianta un monastero, ed è poi il monastero a plasmare per mille anni la terra e gli uomini. Già qui, alla radice, la mente precede la materia: una volontà fa nascere una struttura, e la struttura fa nascere un mondo. Per secoli il padrone di Abbadia non sarà un signore laico ma l’abate, e tutta la storia medievale del borgo sarà il lento, faticoso tentativo di strapparsi l’autonomia dal proprio fondatore. Quando la soppressione leopoldina del 1782 spegne l’abbazia, il paese resta orfano, fermo, povero: aveva coinciso così a lungo con il suo monastero da non saper più essere altro, senza di esso.
Piancastagnaio nasce diversamente, e anch’esso da un’idea prima che da un luogo: come castrum, presidio fortificato, dentro la logica laica e signorile degli Aldobrandeschi. Non un borgo-abbazia ma un borgo-castello, e questa differenza d’origine pesa per sempre. Eppure la differenza non è netta come parrebbe, e conviene dirlo subito per non cadere in uno schema troppo comodo: anche Piancastagnaio, alle origini, fu terra dell’abbazia. I documenti più antichi, dal IX secolo, dicono il monte appartenente al monastero di San Salvatore; solo più tardi il borgo passò agli Aldobrandeschi, che lo fortificarono, e infine a Siena. La sua storia è dunque una successione di età del mondo: prima il monte è dell’abbazia, ed è l’età della terra posseduta; poi viene smembrato dai signori e assorbito dalla città, e la terra si monetizza, diventa giurisdizione, traffico, confine. Piancastagnaio è il luogo dove la prima età cede alla seconda — e proprio perché passa da un’era all’altra, invece di restare incatenato a una sola, impara presto la natura della soglia. Un paese che non resta la costola di un monastero è più libero: di passare di mano, di darsi padroni successivi, perfino di diventare a sua volta sede di un potere proprio. È quel che accade quando, nei primissimi anni del Seicento — il palazzo lo avvia il marchese Giovan Battista nel 1603 —, Piancastagnaio diventa sede di marchesato, il feudo dei Bourbon del Monte Santa Maria, con corte e dimora che ancora segnano il paese, finché le riforme dei Lorena, nel Settecento, non cancellano i feudi. Aldobrandeschi, Siena, marchesi, Granducato si succedono senza spezzarlo, perché un paese-soglia sopravvive a chi lo possiede come una porta sopravvive a chi la varca.
Il monastero è un potere che governa possedendo — terre, boschi, acque, decime — per accumulo e per massa; il castello è un potere che governa presidiando un punto, comandando uomini più che possedendo ettari. E si noti, perché tornerà: nell’abbazia il nome e la cosa coincidono senza residui — si dice signora ed è signora, possiede la montagna alla luce del sole, perché la sua regola non le aveva mai promesso la povertà. È la trasparenza arcaica del dominio fondiario, la ricchezza che non si nasconde perché si tiene. Tutto ciò che verrà dopo sull’Amiata — i frati che maneggiano denaro sotto il nome della povertà, la città che possiede sotto il nome della cura, la banca che si chiamerà coi pascoli che non ha più — vivrà invece di uno scarto tra il nome e la sostanza. L’abbazia è l’ultimo luogo del monte in cui quello scarto non c’è. Possedere la sostanza contro sorvegliare il passaggio: l’abbazia in alto, isolata, fatta per la terra che ha intorno; il castello sul crinale che domina la Val di Paglia, fatto per la posizione. Un centro che irradia possesso, una soglia che lascia transitare. E un centro, quando il suo principio si spegne, si spegne con lui; una soglia, finché c’è qualcosa che passa, resta utile a chiunque comandi.
Di questa vocazione alla soglia Piancastagnaio conserva un emblema che vale più di ogni ragionamento, perché è inciso nella pietra e nel nome. Fuori dall’abitato c’è una piccola chiesa romanica del Duecento, dimessa, a facciata a capanna, che oggi chiamiamo Madonna delle Grazie. Ma per secoli si chiamò altrimenti: Madonna del Tribbio, del Trivio, dell’incrocio. Sorgeva, come dice il nome, dove tre strade convergono — quella dalla porta di Borgo, quella dalla porta della Fontanella, quella verso le fonti di Voltaia — e prima ancora della chiesa qualcuno vi piantò un tabernacolo, un segno minimo e necessario. Perché un trivio non è soltanto un dato topografico: è una struttura dell’esistenza, il luogo in cui si decide, dove lo spazio si fa scelta, dove bisogna optare se salire verso la pietra o scendere verso l’acqua. Le vecchie cosmologie disponevano il mondo in quattro — la terra e il cielo, i mortali e i divini —; a chi abita una soglia bisognerebbe aggiungere un quinto termine, le strade che si incrociano e costringono a scegliere. Il sacro, qui, non è sceso dall’alto: è nato dal bisogno di orientarsi. E quando, restaurando, gli affreschi dell’abside sono tornati alla luce, è emerso un documento che rompe ogni pigrizia geografica. Nel 1468 le carte registrano che «Maestro Giovanni di Pietro da Orvieto, dipintore della cappella del Tribio, deve avere lire cento per sua fatica». Da Orvieto, non da Siena. E intorno, sull’altare, mani senesi e mani locali; e nel medesimo Quattrocento opera in paese anche uno scultore di formazione senese, Francesco di Valdambrino. Un solo, umile luogo dove si depositano l’Umbria orvietana, Siena, la bottega del posto, sopra una struttura romanica. La chiesa-crocevia non illustra la mia tesi: la precede di cinque secoli. Dice, dipinta sulla parete dell’incrocio, che l’identità di questo paese non nasce dall’essere periferia di qualcuno, ma dall’essere luogo di incontro.
Si misuri la distanza che separa questa chiesa dall’altra, dal convento francescano di San Bartolomeo poco lontano, e si avrà in mano l’intera differenza tra le due grammatiche dell’Amiata. San Bartolomeo è il luogo del coprire: le sue croci affiorano da sotto l’intonaco, la sua storia è di scialbature e di strati che nascondono, di una povertà che si fa possesso e si vela. La Madonna del Trivio è il luogo opposto, quello del convergere: non nasconde, accosta; non vela, somma; non separa, mette all’incrocio. Una chiesa che cela e una chiesa che raccoglie. E da quell’incrocio dipinto da un orvietano nel Quattrocento parte, sotterranea ma continua, la linea che arriverà fino al Novecento e a oggi: sempre lo stesso gesto, prendere ciò che transita e farne, in un punto, una cosa propria.
(continua)





