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L’ombra nel punto sbagliato
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C’è un modo molto efficace per non contare nulla in una partita: continuare a chiamarla con il nome di quando la si vinceva. L’Italia lo pratica con una costanza che ha quasi del virtuosismo. Stiamo nel punto fisicamente più strategico del pianeta — sotto le orbite che si contendono in queste settimane, dentro il mare che si spartisce sotto i nostri occhi, a un passo dai fronti che bruciano — e ci comportiamo come spettatori che hanno pagato il biglietto e si sono addormentati. Il paradosso è che mai come ora la posizione conterebbe; e mai come ora la sprechiamo, convinti che basti pronunciare le parole giuste — Mediterraneo, ponte, mediazione, comune — perché le cose accadano da sole.
Si comincia dall’alto, perché è là che si vede il meccanismo allo stato puro. Per tutta la nostra vita lo spazio sopra le teste è stato l’ultima cosa che potevamo ancora chiamare di nessuno: un vuoto attraversabile, una proprietà di tutti che era come dire di nessuno. Quel tempo è finito, e quasi non ce ne siamo accorti. Le orbite basse utili sono poche, le frequenze sono poche, e chi arriva per primo le occupa e si chiude la porta alle spalle. A occuparle non sono più Stati con bandiere e parlamenti: sono pochissimi privati, costellazioni di migliaia di satelliti che portano il nome di un imprenditore e non quello di una nazione. Le due grandi potenze corrono, l’Europa insegue con il fiato corto, e noi guardiamo in su come si guarda un fenomeno meteorologico, qualcosa che capita e su cui non si può intervenire. Eppure è esattamente lì, in quell’imbuto, che si decide chi parlerà con chi, e a quali condizioni, per i prossimi cinquant’anni. Lo spazio “comune” sopravvive nei trattati; la cosa è già recintata.
Si scenda dal cielo al mare, ed è lo stesso movimento. Nel Mediterraneo orientale, appena un vecchio equilibrio di forza si incrina, ci sono regioni dimenticate che provano a rimettersi sulla carta: si annunciano un aeroporto, un porto, una ferrovia, il grande rilancio di un settentrione levantino tornato improvvisamente strategico. Sono parole magnifiche, e il rischio — che è poi quasi sempre la regola — è che restino simboli. L’infrastruttura-bandiera serve all’inaugurazione, alla fotografia, alla diplomazia dell’annuncio; poi resta lì, guscio senza traffici reali. Le potenze regionali se la contendono, quella sponda, con le mappe ridisegnate più che con gli eserciti. E noi, che quel mare lo abbiamo di fronte a casa, lo trattiamo come un affare di altri, come se la riva sud cominciasse a mille chilometri da Lampedusa e non a poche ore di nave.
In mezzo a questo scacchiere c’è chi, almeno, non si nasconde dietro il vocabolario del comune. Una potenza a cavallo tra Europa e Asia persegue da anni un disegno di ambizione imperiale, dichiarato senza imbarazzo, con una miscela calcolata di forza e di seduzione: dal Caucaso all’Asia centrale, dal Sahel ai dossier dell’energia, si muove dove c’è interesse e lo dice. Per chi è cresciuto nella retorica dell’integrazione è sgradevole ammetterlo, ma proprio in quella franchezza c’è una lezione e c’è un interlocutore vero: con uno così si converge su qualcosa, si diverge su altro, senza infingimenti. L’Italia, che su quelle stesse regioni avrebbe interessi enormi — il gas, le rotte, perfino il nucleare, l’influenza — potrebbe ricavarne molto, se sapesse trattare da pari a pari. Non lo fa, perché ha scambiato la prudenza con la timidezza e la timidezza con l’assenza.
E qui sta il nodo, il nostro. La ragione di tanta afasia è quasi imbarazzante nella sua semplicità: la frenesia comunicativa ha preso il posto del pensiero. Personalizziamo gli scontri, riduciamo le grandi fratture — quella che attraversa l’Atlantico, prima di tutto — a questioni di antipatie e di caratteri, e così facendo ci avviciniamo al pericolo invece di leggerlo. Il rischio vero, per noi, ha un nome preciso: la saldatura tra il fronte d’oriente e quello di sud-est, due incendi distinti che diventano un solo incendio con la Penisola nel mezzo. Di fronte a questo, mantenere la calma non può voler dire aspettare a occhi chiusi che passi. La calma seria è l’opposto della passività: è la lucidità di chi vede il pericolo e prova a disinnescarlo. Avremmo il titolo, la storia e la posizione per proporci come mediatori veri — dove la guerra è aperta a oriente, dove cova a meridione, là dove serve qualcuno che non sia parte in causa. Non lo facciamo, perché abbiamo confuso il parlare con l’agire, l’annuncio con la decisione.
C’è infine uno specchio che andrebbe guardato senza sufficienza, perché ci riguarda più di quanto vorremmo. Da qualche parte, oltre l’Atlantico, un’isola che per due generazioni ha esibito due gioielli — la sanità pubblica, l’istruzione gratuita — come prova vivente di un sogno di uguaglianza, oggi scopre che quei gioielli non valgono più nulla: ospedali ridotti a gusci, scuole ridotte a gusci, l’uguaglianza ridotta a un guscio. Eppure i custodi di quella stagione continuano a pronunciarne il nome, a difenderlo come si difende una reliquia, mentre la sostanza è evaporata e la gente se ne va o si spegne. L’appello di chi quell’isola la conosce dall’interno è semplice e durissimo: riconoscete il fallimento, aprite al cambiamento, prima che sia troppo tardi. Ma quell’appello non parla soltanto a un Paese caraibico. Parla a ogni potere che custodisce con cura il proprio nome glorioso mentre lascia che la funzione si svuoti — e parla, scommessamente, anche a noi.
Perché è questo il filo che lega l’orbita al porto levantino, l’ambizione anatolica all’afasia italiana, la rivoluzione esausta dei Caraibi alla nostra: dappertutto il nome sopravvive come anestetico mentre la sostanza cambia padrone. L’aperto — il cielo, il mare, l’idea stessa di un destino che si decide insieme — si sta chiudendo a tenaglia, recintato da chi arriva per primo e sa quello che vuole. L’Italia non lo fermerà con la nostalgia del comune né con la frenesia delle parole. Lo attraverserà a una sola condizione: smettere di amministrare il proprio nome e tornare a presidiare la propria sostanza. È l’unica forma di sovranità che ci resti, e per un Paese seduto in mezzo al mare più conteso del mondo non è poca cosa. È la differenza tra stare nella partita e dormire mentre la giocano gli altri.





