
Il monte e la soglia. Abbadia e Piancastagnaio, due modi di tenere una montagna
30 Giugno 2026II. Il cinabro e le mani
Si potrebbe chiudere qui, come una bella antitesi da manuale, se la stessa figura non tornasse — mutata e più dura — nei secoli successivi. Perché dopo l’abbazia viene il mercurio, e il mercurio racconta la medesima storia nella roccia. Sotto l’Amiata c’è il cinabro, il minerale rosso da cui si distilla il mercurio, noto fin dall’antichità; ma i due paesi lo incontrano in due modi opposti, e i due modi sono ancora il centro e la soglia. Ad Abbadia il giacimento è una massa enorme e diffusa, a basso tenore, sotto il paese, anzi dentro di esso: per averne molto bisogna sbancare molto, scendere in profondità, scavare pozzi e livelli sovrapposti, tenere acceso giorno e notte l’altoforno che separa il metallo. Dal 1899 in poi è un’industria immensa: tra il 1900 e il 1920 l’Amiata arriva a dare un quarto del mercurio del mondo, accanto alle leggendarie Almadén e Idrija, e negli anni Trenta più di mille uomini lavorano nel ventre della montagna. Al Siele, invece, sul confine verso Castell’Azzara, la roccia è un’altra cosa: lì il minerale ha tenore altissimo ma in un corpo ricco e localizzato, e la leggenda lo dice meglio di ogni perizia — non lo si scava cercandolo, lo si trova, come il pastore che nel 1841 inciampa nei pezzi rossi nel letto del torrente e li porta al farmacista. Massa diffusa contro corpo ricco; sbancamento profondo contro affioramento da cogliere; estensivo contro intensivo. La stessa identica opposizione dell’abbazia e del castello, ricomparsa nel cinabro, e ripetuta perfino nel modo di cavare: chi muove montagne di roccia povera per estrarne poco, e chi raccoglie la vena ricca dove affiora. Non sono solo due giacimenti diversi: sono due tecniche, e dunque — questo è il punto — due umanità.
Perché il modo di estrarre fa il modo di vivere; non però come una macchina che stampa le sue parti, ma come un terreno che inclina e che poi, a sua volta, viene modellato da ciò che vi cresce. La grande miniera profonda di Abbadia tende verso una certa forma sociale, e la produce: la classe operaia. Dove servono mille uomini sotto terra a turni che non si fermano, nascono per necessità tecnica la concentrazione, la disciplina della sirena, e dunque il sindacato, lo sciopero, la solidarietà del fondo come legame, la cultura socialista e poi comunista. Nessuno cava da solo una massa povera in profondità: si cava in molti o non si cava, e quel «in molti» col tempo diventa una fede, un’appartenenza, un modo di pensare. Abbadia si fa cittadina operaia e ne assume l’identità fino alla coscienza politica, esattamente come prima aveva coinciso col monastero. E qui il viavai si vede di nuovo: quella coscienza, nata dalla miniera, comincia a vivere di vita propria e a ritornare sulla miniera, a organizzarne il lavoro, a contrattarne le condizioni, a fare la storia delle lotte — la sovrastruttura che, generata dalla struttura, torna ad agire su di essa. Per un tempo le due cose si reggono e si alimentano a vicenda, e il paese è grande.
Poi, nel 1972, il pozzo chiude, e arriva la domanda che spiega ogni cosa: perché Abbadia, finita la miniera, non si trasforma in industria? La risposta non è che le mancasse il capitale o la fortuna. È che non aveva mai avuto un’industria — aveva avuto un giacimento. E le due cose si somigliano solo in superficie. Un’industria produce un sapere che resta; una miniera produce un minerale che si esaurisce. Il sapere del minatore è inseparabile dal giacimento: non è trasferibile, non si riconverte, non lo porti altrove, perché l’unica cosa che si sapeva fare era cavare quel minerale in quel punto, e il giorno in cui il tenore non rende più non resta in mano niente. Il capitale, poi, che governava quella miniera era esterno e di rapina — tedesco alle origini, statale alla fine —, venuto a prendere e pronto a ripartire, senza mai radicare nel paese una capacità che sopravvivesse alla materia prima. Restano il vuoto, il museo, e il veleno: perché il mercurio non se ne va, resta nel suolo e nell’acqua, e gli uomini che lo distillarono vi avevano consumato la salute. Ma c’è qualcosa di più sottile, e tocca la mente: una comunità che per tre generazioni si è pensata come classe che riceve un lavoro e ne difende le condizioni fatica, quando il lavoro sparisce, a concepire che il lavoro si possa anche inventare. Non per colpa, ma per forma mentale ereditata. Aveva sempre avuto la ricchezza sotto i piedi, e aveva imparato ad aspettarla, non a produrla; chiuso il pozzo, continua ad attendere che qualcuno porti un’altra fabbrica, un altro padrone, un’altra risorsa da cavare. È il momento in cui la testa, da prodotto della storia, ne diventa il freno: la mentalità sopravvive alla miniera che l’ha generata e si oppone, da sé, a che una struttura nuova nasca.
Piancastagnaio fa l’opposto, e lo fa per una ragione che capovolge ogni determinismo: non parte da una risorsa, parte da una mancanza. E conviene dire quanto fosse concreta, quella mancanza, perché non è una metafora nobile ma una storia di fame. Il mercurio, per Piancastagnaio, non fu mai un destino: fu un carrozzone. Ogni mattina tre carrozzoni portavano alle miniere centocinquanta uomini — centocinquanta, non mille come ad Abbadia —, e la sera li riportavano stanchi. Il paese non era la miniera: il paese era ciò che restava a casa, e ciò che restava a casa era la povertà e l’arte di arrangiarsi.
Di questa arte di arrangiarsi, prima ancora del 1962, c’è però un lungo tirocinio che le carte dello Spedaletto raccontano per intero, e che la prima stesura di questo lavoro non conosceva. Dal 1762 al 1938 — quasi due secoli — la famiglia Guidotti tiene in livello dall’Ospedale della Scala di Siena i beni e l’edificio del vecchio San Michele, e in cambio si obbliga a mantenere le stanze per gli infermi, a farvi accogliere gli esposti fino al loro trasporto all’Abbadia, a dare lume, fuoco, vitto e cura ai poveri viandanti. Non possiedono nulla di quello che amministrano: pagano un canone annuo, sottostanno a regolamenti scritti a Firenze e vidimati dal Granduca, ricevono ispettori e periti che contano le coperte e le panche di ferro, si vedono richiamare più volte all’ordine — nel 1824, nel 1842, nel 1852 — per negligenza verso i malati. Eppure per due secoli sono loro, non Siena, a tenere aperta la porta a chi ha bisogno di passare: il malato di passaggio, il neonato abbandonato, il viandante senza tetto. È la mediazione, non l’estrazione, applicata alla carità pubblica prima ancora che al commercio: un canone pagato a un padrone lontano in cambio della gestione di una soglia — quella fra la salute e la malattia, fra chi ha casa e chi non ne ha — che il paese non possiede ma amministra, e amministra a lungo, con quella stessa mescolanza di iniziativa e insofferenza per le regole che segnerà due secoli dopo l’artigiano della pelle. Quando, all’inizio del Novecento, il paese riesce finalmente a costruirsi un ospedale proprio alla Colta — fra aste deserte, espropri contesi e polemiche in Consiglio — non fa che riprendere in proprio, dopo un secolo e mezzo di gestione per conto d’altri, ciò che aveva sempre amministrato senza possedere.
La grande industria del cinabro stava altrove, e di Piancastagnaio prendeva solo qualche centinaio di braccia in prestito, come si prendono gli emigranti. Non bastava a plasmare una classe operaia, non bastava a dare al borgo un’identità da difendere; bastava solo a confermargli ciò che era sempre stato — un luogo che la risorsa non salva, e che perciò deve imparare a salvarsi da sé. Ed è da questa mancanza, non da un giacimento, che il paese fa nascere per pura volontà una struttura che non c’era. Nel 1962 un parroco, don Zelio Vagaggini, per trattenere i giovani che se ne andavano, organizza nei locali della parrocchia i primi corsi di pelletteria, con l’aiuto di un artigiano fiorentino, Adone Arnetoli. Ci si fermi un istante, perché è il cuore di tutto il discorso e la sua morale insieme: qui non è una base materiale a generare una cultura, è una scelta, un’idea, una volontà a fondare dal nulla una base materiale. Non c’era pelle, non c’era mercato, non c’era vocazione: c’era un uomo che decide che ci sarà un mestiere, e lo insegna. La sovrastruttura — un prete, un’intuizione, la cura per i propri ragazzi — crea la struttura. E poiché ciò che nasce è un mestiere e non un giacimento, ciò che si deposita è una mentalità opposta a quella di Abbadia: l’artigiano sa nel corpo che il valore non glielo dà nessuno, lo fa lui ogni mattina con le mani; non aspetta il datore, lo cerca; non difende un salario, contratta un prezzo; non appartiene a una massa, risponde di sé. È la mentalità dell’iniziativa e del rischio, capace di reggere l’incertezza perché il mestiere è incertezza per definizione, e capace perciò di reinventarsi quando una stagione finisce.
E che non si trattasse del caso fortunato di un singolo mestiere lo prova il fatto che, in quegli stessi anni e nello stesso piccolo borgo, la medesima disposizione esplode in tre direzioni che non hanno nulla in comune. Nel 1962 la pelle; nel 1964, in una falegnameria di trecento metri quadrati, nasce la Stosa, che dal legno e dalle mani di pochi soci diventerà una multinazionale delle cucine esportata in quaranta paesi; e in parallelo, da generazioni di ambulanti che giravano i mercati col banco, dalla loro arte di comprare qui e vendere là, cresce l’esperienza commerciale che porterà a un grande polo della distribuzione. La pelle, il legno, il commercio: tre rami che spuntano insieme dallo stesso ceppo, in un paese che pochi anni prima non aveva niente. Non una vena di minerale che decide tutto, ma una stessa facoltà umana che si manifesta ovunque le capiti di posarsi. E qui sta la grande differenza, quella vera, che corregge ogni schema. Ad Abbadia la ricchezza era una, perché il giacimento è uno: il mercurio sotto i piedi decide cosa il paese sarà, e quando finisce finisce tutto, perché non c’era altro che quello — una risorsa, un destino, una fine. A Piancastagnaio la ricchezza è plurale e ramificata, perché non viene da un giacimento ma da una facoltà; e una facoltà, a differenza di un minerale, non sta in un posto solo e non si esaurisce: la metti nella pelle e nasce la pelletteria, nel legno e nasce la fabbrica di cucine, nel commercio e nasce la distribuzione. È la differenza tra avere una cosa e avere una capacità. Chi ha una cosa, quando la cosa finisce è finito. Chi ha una capacità, quando un ramo si secca ne mette un altro, perché la radice non è nel suolo, è nell’uomo.
Esiste, di tutto questo, una matrice unica? Sì, e non è il caso né il carattere: è la mancanza fatta metodo. La soglia, fin dall’origine, è il luogo dove non si estrae ma si transita, e chi vive sul transito impara una cosa sola ma fondante — che il valore non sta nel luogo, sta nel movimento e nella relazione. L’ambulante è la figura pura di questo: non possiede una miniera, possiede un giro, dei contatti, l’arte di stare tra chi produce e chi compra. È mediazione, non estrazione — la stessa mediazione che, tre secoli prima di lui, i Guidotti esercitavano sui beni dello Spedaletto e che, due secoli prima ancora, il vetraio di San Bartolomeo esercitava sulla luce colorata delle vetrate senesi. E da quella matrice — il portare, il collegare, il mettere in rapporto cose e persone che senza di te non si incontrerebbero — discendono tutti e tre i rami novecenteschi, perché sono lo stesso gesto applicato a materie diverse: il commerciante che porta la merce ai mercati e la fa distribuzione; il pellettiere che prende una pelle altrui, di un committente lontano, e ci mette la mano, lavorando tra la materia d’altri e il marchio d’altri; la fabbrica di cucine che prende il legno e lo manda nel mondo. Tre volte lo stesso archetipo: stare nel mezzo, congiungere un dentro e un fuori, ricavare valore dal passaggio e non dal possesso. È, in fondo, una polarità antica quanto le civiltà — quella che oppone l’uomo dell’oasi all’uomo della carovana, la ricchezza che si radica nel campo a quella che si muove con la via —, e Piancastagnaio sta da sempre, fin dal suo trivio dipinto, fin dal suo frate mandato in Tartaria, dalla parte della carovana.
(continua)





