
Il monte e la soglia. Abbadia e Piancastagnaio, due modi di tenere una montagna
1 Luglio 2026
DMX – Party Up (Up In Here)
2 Luglio 2026III. La ricchezza delle cose, la ricchezza del saper fare
Ed è qui che l’apparenza si rovescia, e con essa il senso della storia. Sembrerebbe che Abbadia, ricca di mercurio, fosse la fortunata, e Piancastagnaio, spoglia, la povera. È vero il contrario. Possedere una risorsa è una condanna: ti fa coincidere con essa, ti rende ciò che hai sotto i piedi, ti regala una ricchezza che non hai prodotto e che perciò non sai rifare, e quando si esaurisce ti lascia vedovo e incapace di reinventarti — vedovo non solo del lavoro, ma della forma mentale che quel lavoro aveva scolpito. Non possedere nulla, e dover fabbricare il proprio mestiere, è una salvezza nascosta: ti obbliga a mettere il valore non nella terra ma nell’uomo, e l’uomo — il suo saper fare, la sua disposizione a rischiare — è l’unica risorsa che non finisce e che si può sempre rimettere in gioco. Abbadia è stata posseduta dalle sue ricchezze, il monastero e il mercurio, e ne è morta ogni volta. Piancastagnaio, non possedendo niente che lo definisse, ha dovuto inventarsi, e inventandosi è durato.
Sarebbe però una favola, e una favola consolatoria, dire che una matrice è sana e l’altra malata. Ciascuna porta la propria patologia, ed è sempre la malattia della propria virtù. Quella di Abbadia la conosciamo: la dipendenza che diventa attesa, e l’attesa che diventa impotenza. La grandezza di chi coincide con la propria risorsa — la solidarietà, l’identità collettiva, la dignità del lavoro condiviso — si rovescia, quando la risorsa finisce, in incapacità di ricominciare: si aspetta che arrivi un’altra fabbrica, un altro Stato, un’altra cosa da cavare, perché non si è mai imparato a creare, solo a estrarre e a difendere. È la patologia del centro: il rancore di chi ha avuto e non ha più, la nostalgia che paralizza, l’assistenza che si pretende perché un tempo la ricchezza veniva data. E c’è il veleno, che non è metafora: il mercurio resta nel suolo, e la malattia di chi ha estratto è anche, letteralmente, fisica — l’eredità tossica della risorsa che sembrava una benedizione. Ma la patologia di Piancastagnaio è altrettanto reale, e quasi nessuno la nomina perché è la malattia di un successo. La prima è che il commerciante può diventare la cosa che vende: chi misura tutto sullo scambio rischia di non distinguere più il valore dal prezzo, di pensare che tutto sia merce, anche ciò che non dovrebbe esserlo — il paesaggio, la cultura, il calore stesso della montagna, perfino la comunità. La mentalità che ha fatto la fortuna del paese — tutto si può portare al mercato — è anche ciò che può svenderlo, perché chi sa vendere tende a vendere, e non sempre si ferma davanti a ciò che andrebbe tenuto. La seconda patologia è più sottile: la soglia che riesce troppo si fa centro, e ne eredita la fragilità. Il giorno in cui Piancastagnaio mettesse la propria identità in un’unica grande fabbrica, fosse pure la più prestigiosa, smetterebbe di essere soglia e ricomincerebbe a coincidere; e una monocultura della pelle sarebbe esposta esattamente come lo fu la monocultura del mercurio, dipendente da un padrone esterno e da un mercato che può andarsene. Non a caso c’è già chi mette in guardia da questo rischio. La terza patologia è quella dell’individualismo: la mentalità del fare-da-sé, dell’iniziativa, del rischio personale, è anche quella che fatica a costruire il bene comune, che antepone la riuscita del singolo alla cura del tutto, e che sa produrre ricchezza privata accanto a povertà pubblica. La soglia sa intraprendere, ma fatica a fare comunità nel modo in cui Abbadia, col suo collettivismo doloroso, la sapeva fare. Ognuna ha in dote ciò che all’altra manca, e ne porta cucita addosso la ferita.
Lo si vede oggi, nell’ultimo atto, che è di nuovo lo stesso da mille anni. Il fuoco di sotto — il calore del massiccio vulcanico, che gli antichi vedevano come prodigio e leggenda, una luce calata sull’abete della montagna — è diventato la risorsa contesa del presente: la geotermia, decine di centrali tutte di un solo grande proprietario, dentro una concessione regionale rinnovata per vent’anni, fino a metà del secolo, che ai comuni distribuisce royalties e teleriscaldamento come l’abate distribuiva diritti e decime, come Cino Cinughi murava la propria lapide sulla porta di Borgo. È il nuovo San Salvatore, il nuovo rettore della Scala, un potere che possiede il calore dall’alto e da fuori, e che i borghi non possono che contrattare. E i due paesi gli stanno davanti, ancora una volta, secondo la forma mentale che la loro storia ha depositato. Abbadia, allenata da un secolo di miniera a vedere nella risorsa cavata da altri un padrone con cui ci si misura, ha reagito da Abbadia: con il no, la resistenza, il rifiuto frontale, fedele alla propria grammatica della lotta, capace solo di recente e malvolentieri di sedersi al tavolo. Piancastagnaio, allenato da otto secoli a costeggiare e a mettere a frutto ciò che passa — dal frate mandato in Tartaria al vetraio chiamato da un papa, dai Guidotti livellari dello Spedaletto ai pellettieri del dopoguerra —, ha reagito da Piancastagnaio: trattando, prendendo, combinando. E facendo la cosa che meglio lo definisce, ha unito le sue due nature, la mano e il fuoco — tanto che la grande manifattura del lusso che oggi viene a costruire qui i suoi stabilimenti viene per due ragioni che il paese ha prodotto e non ricevuto: il calore geotermico da mettere sotto i capannoni e le competenze artigianali che altrove non si trovano. La soglia ha fatto di sé ciò che attira il capitale, invece di restare un capitale da cui altri attingono per poi ripartire. È, ancora, il gesto della Madonna del Trivio: prendere ciò che converge e farne, all’incrocio, una cosa propria.
Resta, in fondo a tutto, la questione che questa storia consegna a chi un territorio lo governa, e che è la sola che conti davvero. La tecnica e il giacimento ti capitano; la società che ne nasce te la trovi; ma la mentalità — la più lenta a formarsi e la più tenace a restare, geologia della testa che si deposita per strati come il cinabro e come il cinabro rimane nel terreno molto dopo che si è smesso di cavarlo — la mentalità, una volta riconosciuta come prodotto di una storia e non come natura, smette di essere un destino e diventa una scelta. Una comunità che ha ereditato l’attesa non è condannata ad attendere per sempre, se qualcuno le mostra da dove viene quell’attesa; e una comunità che ha ereditato l’iniziativa non è al sicuro, se comincia ad adagiarsi su un’unica fortuna. È questo il solo compito serio di chi amministra: non assecondare la forma mentale che la storia ha depositato — l’attesa di qua, la vendita di tutto di là —, ma conoscerla tanto a fondo da poterla, dove serve, correggere. Sapere che Abbadia rischia di aspettare e che Piancastagnaio rischia di svendersi è già il primo passo per impedire a entrambe di farlo. Perché la libertà, su questa montagna come ovunque, comincia esattamente lì: nel momento in cui un luogo capisce di che cosa è stato fatto.
Abbadia ha avuto tutto dal suo monte — l’abbazia, il mercurio —, e ogni volta il suo monte gliel’ha ripreso, lasciandole in cambio una grandezza e un lutto. Piancastagnaio non ha avuto quasi niente, e per questo ha dovuto diventare qualcuno: si è arrangiato, nel senso più alto della parola, fabbricandosi con le mani ciò che la terra non gli dava — che fosse una vetrata per il coro di un papa, l’amministrazione di un ospedale non suo, o un banco al mercato. Quella povera arte di arrangiarsi che nei carrozzoni dell’alba era solo fame, mezzo secolo dopo è diventata la capacità che attira il capitale del mondo. È la differenza tra la ricchezza delle cose, che si possiede e che finisce, e la ricchezza di ciò che si sa fare, che non sta sotto i piedi ma nella testa e nelle mani, e che nessuno ti può togliere. Il monte e la soglia: chi possiede la montagna ne è posseduto, e con essa si spegne; chi le sta accanto, all’incrocio delle strade, e impara a farsi da sé, le sopravvive. Lo dice, da cinquecento anni, una piccola Madonna dipinta da un orvietano nel punto dove tre vie si decidono. Bastava leggerla.
Fine.
Bibliografia
Fonti manoscritte e d’archivio
Archivio di Stato di Siena, Campione F, cc. 20-31 (possedimenti del convento di San Bartolomeo di Piancastagnaio).
Archivio di Stato di Siena, Serie Conventi 709 (registro di entrate e spese del convento di San Bartolomeo, cc. 14, 130, 144, 145t, 170; anni 1799-1805).
Archivio di Stato di Siena, Serie Conventi 727, «S. Bartolomeo 25» (atto del 30 agosto 1646 relativo alla sepoltura avanti l’altare maggiore).
Archivio di Stato di Siena, Serie Conventi 755 (Serie dei Religiosi insigni per santità e per Dottrina che hanno fiorito in questo Convento di Piano, compilata nel 1802; contiene inoltre la trascrizione del passo di Tossignano, Libro 2°, p. 265, e le memorie sul Beato Andrea e sul Beato Giovanni da Piano), cc. 13, 39 bis, 40, 40 bis, 41, 44, 44 bis, 45.
Giobatta Rossetti da Radicofani, Catasto e Campione di tutti li beni stabili spettanti al Venerabile Convento delli RR. PP. Min. Conventuali di S. Francesco di Piancastagnaio sotto il titolo di San Bartolomeo, novembre 1652 (72 facciate, con piante aggiuntive di Gio. Francesco Fabraroni da Arcidosso e di Simone Bulgarini).
Debitori e Creditori del convento di San Bartolomeo di Piancastagnaio, 1735-1779 (148 carte, segnato lettera B).
San Bartolomeo di Piancastagnaio: Dare ed Avere di molte persone interessate con il Convento di Piancastagnaio, 1780-1808 (visto dal commissario Francesco Mastacchi, 23 aprile 1808).
Registro degli introiti e degli esiti delle Grasce del convento di San Bartolomeo, vidimato dal M.R.P.M. Gianfrancesco Regini, ministro provinciale e commissario generale dei Minori Conventuali di Toscana, in visitatione die 29 Junii 1764; prosegue fino al 1808 (consegna del 6 giugno 1808 a Francesco Teani, commissario delegato).
Archivio Comunale di Piancastagnaio (ACP), Carteggio anno 1889, serie D23 (fascicolo che raccoglie, in copia, tutta la corrispondenza ottocentesca relativa allo Spedaletto S. Michele: concessione a livello del 1762, contestazioni granducali del 1824, lettera di Landucci al Gonfaloniere del 1842, inventario Buonaiuti del 1843, decisioni granducali del 1843-1844, richiesta d’informazioni del 1852, iniziative del delegato straordinario Olinto Sani, 1869, e atto di fondazione dell’Ospedale San Michele, donazione del 10 ottobre 1479 e iscrizione di Cino Cinughi, 1481).
ACP, Deliberazioni consigliari magistrali dal 18 gennaio 1860 al 30 aprile 1861, filza n. 62 (nomina dei deputati alla vigilanza dello Spedaletto, 21 febbraio 1861).
ACP, Congregazione di Carità, Deliberazioni dal 13 marzo 1895 al 12 agosto 1903, volume 2.
ACP, Congregazione di Carità, Deliberazioni dal 4 settembre 1903 al 10 ottobre 1909, volume 3.
ACP, Protocollo delle deliberazioni della Congregazione di Carità dal 10 ottobre 1909 al 6 febbraio 1915, volume 4.
ACP, Protocollo delle deliberazioni della Congregazione di Carità dall’11 maggio 1934 al 18 dicembre 1958, volume 6.
ACP, Protocollo delle Deliberazioni del Consiglio dal 5 settembre 1897 al 27 agosto 1904, serie 17A.
ACP, Protocollo delle Deliberazioni del Consiglio dal 24 settembre 1904 al 2 settembre 1907, serie 18A.
ACP, Protocollo delle Deliberazioni del Consiglio dall’8 ottobre 1907 al 29 dicembre 1911, serie 19A.
ACP, Protocollo delle Deliberazioni del Consiglio dal 29 dicembre 1911 al 9 novembre 1917, serie 20A.
ACP, Protocollo delle Deliberazioni del Consiglio dal 10 novembre 1917 al 26 novembre 1922, serie 21A.
ACP, Protocollo delle Deliberazioni della Giunta dal 2 dicembre 1918 al 31 dicembre 1922, serie 17B.
ACP, Carteggio anno 1921, serie D56.
ACP, prospetto anagrafico dei Livellari e possessori dei beni dello Spedaletto di Piancastagnaio, 1878 (elenco nominativo delle famiglie Guidotti, Gabbrielli, Paradisi, Carli, Fabbrini).
Biblioteca degli Intronati di Siena, ms. L.XI.41 (De la pratica di comporre finestre a vetri colorati, sec. XV, attribuito a Fra Bartolomeo da Piancastagnaio).
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Fonti a stampa
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Luigi Ilari, La biblioteca pubblica di Siena esposta secondo le materie, vol. VII, Siena.
De la pratica di comporre finestre a vetri colorati, in «La Diana», Siena, 1930, pp. 262-274 (edizione a cura di Alessandro Lisini; già pubblicato in 120 esemplari per le nozze Bandini Piccolomini-Macinelli, Tipografia Lazzeri, Siena 1885).
Giuseppe Fatini, Con San Francesco dall’Amiata alla Maremma, in «Annuario del R. Liceo Ginnasio Carducci-Ricasoli di Grosseto», Grosseto, 1928, pp. 5-48.
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Jean-Baptiste de La Haye (ed.), Opera S. Bernardini, Vita S. Bernardini per Fr. Giovanni da Capestrano e Vita S. Bernardini ex L. Surio, vol. I.
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Lilia Marri Martini, Affreschi bernardiniani sull’Amiata, in «Bullettino di studi Bernardiniani», 1, 1937, pp. 3-15.
Giuseppe Sani, Fra Bartolomeo da Piancastagnaio, pittore in vetro (dattiloscritto, 2006).





