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C’è un momento, in ogni vicenda che tocca il Monte, in cui le parole smettono di descrivere i fatti e cominciano a produrli. Quando Giorgetti, davanti all’assemblea dell’Abi, dichiara esaurito il ruolo dell’azionista pubblico, non sta annunciando una decisione tecnica sul residuo 4,86 per cento in mano al Tesoro: sta chiudendo, con la sobrietà che gli è propria, un capitolo lungo della storia repubblicana, quello dello Stato che entra nel credito per necessità e ne esce quando la necessità, dice, è finita. Ed è in quella parola — esaurito — che si annida l’equivoco.
Una cosa è dire che è finita la stagione del salvataggio, il tempo in cui la mano pubblica reggeva un istituto che nessuno voleva. Altra è dedurne che sia esaurito ogni interesse dello Stato al destino della più antica banca del mondo. La prima affermazione è sana: lo Stato non deve fare il banchiere. La seconda è un salto logico che il governo compie senza dichiararlo. Neutralità non è disarmo, e uscire dal capitale non cancella la titolarità dei poteri speciali. Lo stesso Giorgetti, in commissione, ha ammesso che il golden power può valere anche tra banca italiana e banca italiana, perché la sicurezza economico-finanziaria è ormai parte della sicurezza nazionale. È l’argomento che qualcuno, da queste parti, sostiene da mesi, quando ancora lo si trattava come una stravaganza provinciale: il perimetro strategico non si misura sulla nazionalità dell’offerente, ma sulla natura di ciò che si mette in gioco.
E qui torna la frattura che attraversa tutto e che nessuno ha interesse a nominare: la distanza tra il nome e la sostanza. L’architettura di Ca’ de Sass è più sottile di una scalata. Intesa trattiene Mediobanca, l’investment banking, la parte più coerente con la propria strategia; cede a Unipol seicentotrentacinque sportelli, alcune funzioni centrali e — dettaglio che dovrebbe pesare più di ogni cifra — il marchio Monte dei Paschi, destinato poi a confluire in Bper. Nascerebbe così, per singolare eterogenesi dei fini, una banca che porterebbe ancora l’insegna senese pur avendo perso ciò che quell’insegna nominava. Sopravvivrebbe il nome, si dissolverebbe la cosa. È la tentazione più antica di ogni operazione di potere: conservare il simbolo per disattivarne la forza, lasciare la parola dove non c’è più il referente. Il consiglio comunale, votando all’unanimità la mozione sul golden power, ha visto giusto: la sola continuità dell’insegna non basta a garantire valore, radicamento, funzione. Una cosa è il Monte, un’altra la scritta «Monte» su una vetrina che appartiene ad altri.
Su questo sfondo si riunisce oggi il consiglio di Rocca Salimbeni, e sarebbe ingenuo attendersi una risposta definitiva. Lovaglio è stretto dalla passivity rule: non può opporre difese senza il vaglio dell’assemblea, e lo sa. Per questo la sua strategia è verbale prima che finanziaria. Ripete che la banca vale più dei trenta miliardi in campo, che una rete costruita su competenza e fiducia non si valuta sommando filiali. Ha ragione nel merito, ma gioca una partita che non dipende da lui: il vero ago della bilancia non sta a Siena né a Milano, bensì nelle stanze di Delfin e Caltagirone, i due soci che insieme superano il ventisette per cento e che l’offerta di Intesa la guardano con favore, perché rende finalmente liquido un pacchetto enorme. Messina lo ha detto con brutalità elegante: ognuno può pensare di avere gioielli e di venderli al miglior prezzo, ma c’è un prezzo oltre il quale non si va. È la logica del mercato nella sua purezza, e ha la sua verità. Solo che il mercato conosce il prezzo di ogni cosa e non sempre il valore di nessuna, e certe cose — la memoria di una comunità, l’infrastruttura fiduciaria di un territorio, cinquecentocinquantaquattro anni che non sono folklore ma capitale sociale sedimentato — non entrano nella casella del price earning.
Chi ha vissuto da dentro la trasformazione del 1995, quando il Monte divenne società per azioni, sa che quel passaggio non fu una privatizzazione qualunque, ma il tentativo, allora riuscito, di conciliare l’efficienza dell’impresa con la responsabilità verso una città che nella banca aveva riconosciuto per secoli non un padrone, ma una forma di sé. La Fondazione nacque per custodire quel nesso. Che oggi il nesso sia logoro, che i soci decisivi rispondano a logiche romane e triestine più che senesi, non è una fatalità della storia: è l’esito di scelte, e le scelte si giudicano. La partita che si chiude non è dunque l’ultima mossa di un risiko. È un test su una domanda che eccede la finanza: se sia ancora possibile, in un capitalismo che tende a rendere fungibile ogni radicamento, difendere ciò che è insostituibile senza pretendere di sottrarlo al mercato. L’idea che un’istituzione appartenga anche a chi la abita, e non solo a chi la possiede, che si va riscoprendo ben oltre l’orizzonte europeo, non è nostalgia: è un’ipotesi seria su come si tengono insieme valore economico e valore di legame.
Il Tesoro esce, e fa bene a uscire. Ma esce lasciando aperta la questione che aveva il dovere di presidiare: non chi comprerà il Monte, ma che cosa ne resterà quando qualcuno l’avrà comprato. I Senesi lo hanno capito prima e meglio degli analisti, perché lo misurano non sui multipli ma sulla propria carne. La risposta che oggi non arriverà dal consiglio arriverà comunque: dai numeri del semestre, dalle prescrizioni che il comitato deciderà o meno di apporre, dalla volontà o dalla rinuncia di soci che tengono in mano più di quanto ammettano. E arriverà, soprattutto, dalla capacità di questa comunità di pretendere che le si renda conto. Perché una banca si vende. Una storia, quando la si consegna, bisogna almeno sapere a chi.





