
Domenica 19 Luglio Frazione Quaranta • Piancastagnaio (Si) Ore 21.30
16 Luglio 2026
Il prezzo e il perimetro
17 Luglio 2026
La palude vince a Montecitorio. Il fatto politico della settimana è la spallata incassata dal governo sulla legge elettorale. Martedì 14 la Camera ha bocciato per un solo voto — 187 favorevoli contro 188 contrari, a scrutinio segreto — l’emendamento a prima firma FdI, Noi Moderati e Udc che reintroduceva un sistema misto di capilista bloccati e preferenze attenuate. Una quarantina, forse una cinquantina di deputati del centrodestra ha votato contro le indicazioni della presidente del Consiglio: la sua più rilevante sconfitta parlamentare da quando è a Palazzo Chigi, su un provvedimento che considerava prioritario. La reazione affidata ai social — «ha vinto la palude» — è insieme resa e operazione mediatica: perde in aula ma si intesta la difesa della scelta contro le liste bloccate. Il testo è comunque passato giovedì ed è approdato al Senato, dove La Russa ha già aperto la via del recupero «anche chirurgico», perché lì il voto segreto non è previsto. Da segnalare la fronda vannacciana: Futuro Nazionale ha spinto per le preferenze senza capolista bloccato, con Vannacci che invitava Meloni a «tirare fuori gli attributi». La sostanza: la maggioranza esiste sui numeri, non sulla fiducia reciproca. È il punto che conta.
Poste riprende Tim. Sul fronte che a lei interessa da vicino, cioè le grandi manovre sul capitalismo di Stato, lunedì 20 luglio parte l’OPAS di Poste su Tim. Consob ha dato il via libera al documento; le adesioni corrono dal 20 luglio all’11 settembre, quaranta giorni di Borsa aperta. Valore dell’operazione salito a 13,4 miliardi, obiettivo il 100% del capitale e il delisting di Tim entro fine anno, con corrispettivo misto: 1,67 euro cash più 0,218 azioni Poste di nuova emissione per ogni titolo Tim. Trent’anni dopo la privatizzazione, l’ex monopolista rientra di fatto sotto ombrello pubblico attraverso Del Fante. La domanda giusta resta quella di scuola: cui prodest, e cosa diventa Poste — logistica, servizi finanziari, assicurazioni e ora telecomunicazioni in un solo perimetro.
Il Monte, il CdA e l’ombra di BPM. Ieri, giovedì 16, il consiglio di Rocca Salimbeni si è riunito per la prima valutazione dell’OPAS di Intesa. Le indicazioni di mercato dicono che il board considera l’offerta — che valorizza il titolo intorno agli 11,14 euro, sotto la chiusura di ieri a 11,46 — non pienamente rappresentativa del valore della banca; e spunta l’ipotesi Banco BPM. Sul golden power lei aveva visto giusto da mesi: Giorgetti conferma la neutralità del Mef, ma i poteri speciali «valuteranno se ci sono prescrizioni da fare», e ricorda che il Tesoro detiene ancora il 4,86% del Monte, con l’impegno a uscire «alle migliori condizioni». La partita non è chiusa: uno sconto sul mercato e un contendente alternativo che si affaccia sono esattamente le crepe in cui si infila una battaglia.
Roma-Washington, la frattura resta. Sul piano internazionale il dato che pesa sull’Italia è la rottura con Trump, tutt’altro che ricomposta. Domenica il presidente americano ha rilanciato con un post su Truth Social — l’immagine di Meloni e la scritta «restraining order needed», coda della vicenda della foto al G7 e delle divergenze su Iran, dazi e spesa militare. Il nodo per Washington è Hormuz, dove «l’Italia non c’è stata». La cosiddetta «Trump whisperer» d’Europa si ritrova a costruire un atlantismo senza il tycoon: tema che qui, dalle sue parti, non è astratto — tocca made in Italy e distretti manifatturieri.
E il caldo, che non è cronaca minore. Terza ondata di calore al picco proprio oggi, con sedici città da bollino rosso e minime notturne che non scendono sotto i 25 gradi. Sull’Amiata si respira, altrove è emergenza sanitaria vera.
N.B.
Delfin è dalla parte del Banco. La rotta Bpm è quella sostenuta da governo e dalla holding Del Vecchio, ed è coerente con la scelta che Milleri aveva già fatto il 15 aprile schierandosi con Lovaglio contro la lista Caltagirone. La ragione è di posizionamento puro: in un aggregato Mps-Bpm, secondo le stime di Deutsche Bank, Delfin resterebbe primo azionista attorno all’11-11,6%. Perde qualche punto per diluizione ma conserva il primato e la mano sul futuro gruppo. Per la cassaforte lussemburghese è un’operazione difendibile.
Caltagirone è il no duro, e l’ha messo per iscritto. In un’intervista al Corriere ha bocciato la fusione parlando di «un nuovo assalto al risparmio italiano» e paventando la «fusione di Mps in Bpm», con lo spostamento del baricentro su Milano, la perdita della sede e dell’autonomia senese, la dispersione — parole sue — del «tesoro di professionalità accumulato negli anni nella più antica banca del mondo». Non è retorica campanilistica: è che la rotta Bpm gli costa tre cose insieme. La diluizione, che lo porterebbe dall’attuale quota poco sopra il 10% a circa il 6-7%. La perdita del controllo su Siena come piattaforma. E soprattutto l’uscita di Mps-Mediobanca da Generali — «non capisco perché chi ce l’ha dovrebbe venderla» — cioè esattamente la leva su Trieste che è il vero oggetto del suo desiderio. Il Banco gli toglie tutto ciò che gli interessa e non gli lascia in cambio il posto in un campione nazionale.
Da qui il paradosso che lei coglie e che è il cuore della partita: per Caltagirone, tra due mali, l’OPAS di Intesa è il male minore rispetto al Banco. Con Intesa cede comunque Generali, ma incassa la plusvalenza e un peso non trascurabile in Ca’ de Sass; con Bpm si diluisce, perde Siena e vede Generali andarsene lo stesso, per giunta a favore di un asse — Bpm-Anima-Castagna — che lo aveva già battuto in assemblea. Ecco perché la sua opposizione al Banco è più viscerale del suo assenso rassegnato a Intesa.
Due complicazioni che tengono aperto il gioco. La prima è il nodo francese: primo socio di Banco Bpm è Crédit Agricole al 22,8%, e questo è il motivo per cui Palazzo Chigi ama la rotta del terzo polo — per ridimensionare i francesi — ma è anche ciò che la rende politicamente scivolosa. La seconda è dentro il board: nelle cooptazioni post-uscite di Vivaldi e Palermo dovrebbe entrare Alessandro Caltagirone, il secondogenito, che porta la voce del padre direttamente al tavolo dove si decide. Con la passivity rule dell’art. 104 e la finestra stretta prima della semestrale — il 7-8 agosto — quel consiglio diventa il vero campo di battaglia.
Sintesi secca: sul Banco, Delfin sì, Caltagirone no. E siccome insieme fanno quasi un terzo del capitale, la fusione «alla pari» che Castagna vagheggia non passa se il costruttore romano non viene comprato con qualcosa che, al momento, il Banco non ha da offrirgli.





