
L’ultima mano. Il risiko bancario tra Francoforte, Milano e Siena
3 Luglio 2026
Studentati che non studiano. Firenze Nova e il nome delle cose
3 Luglio 2026
C’è un modo semplice di raccontare quello che è accaduto: la cronaca. Tutti i commissari di opposizione della Vigilanza Rai, compresa la presidente Barbara Floridia, si sono dimessi; qualche ora dopo li hanno seguiti quelli della maggioranza. Fine della commissione, tra accuse incrociate. Ma la cronaca, stavolta, è il velo. Perché il 2 luglio non si è chiuso un organo parlamentare: si è chiusa la finzione che quell’organo esistesse ancora. Da quasi due anni la Vigilanza era un nome senza sostanza, un’insegna appesa sopra una stanza vuota. Le dimissioni non hanno prodotto il vuoto: lo hanno certificato.
Il meccanismo è tutto. La legge vuole che il presidente della Rai, designato dal cda, sia ratificato dalla Vigilanza con i due terzi. Non è un capriccio procedurale: è una norma di garanzia, pensata per sottrarre quella carica alla logica della maggioranza semplice e costringere i partiti a un nome condiviso, all’altezza di un servizio che si dice pubblico. Dall’autunno 2024, falliti i tentativi di eleggere Simona Agnes, la consigliera voluta da Forza Italia, la destra si è trovata davanti a quella soglia e ha scelto di non attraversarla ma di aggirarla: diserzione sistematica delle sedute, per evitare che la nomina fosse formalmente respinta, mentre si cercavano — invano — voti nel campo avverso. E ora, dimettendosi a sua volta, rivendica di voler cambiare la legge sui due terzi. Ecco il rovesciamento: non trovare il consenso richiesto dalla regola, ma cambiare la regola perché non richieda più il consenso. La sostanza della garanzia sacrificata per conservarne, al massimo, il nome.
Mattarella aveva definito inaccettabile che il servizio pubblico manchi ancora dei propri organi e che la Vigilanza non possa esercitare i suoi compiti. Richiamo caduto nel silenzio, come gli appelli ai presidenti delle Camere. E qui sta il secondo strato: quando un organo di garanzia viene neutralizzato per via di fatto — non abrogato, semplicemente disertato — chi ha il dovere di reagire? Nessuno lo ha fatto. La paralisi è diventata paesaggio.
Le opposizioni hanno rotto l’abitudine con l’unico strumento rimasto: sottrarsi. Gesto d’impotenza, forse; ma un’impotenza che smette di essere complice. Restare significava prestare il proprio nome a una sostanza che non c’era più, consentendo alla maggioranza di dire che il controllo parlamentare esisteva. Le dimissioni tolgono la copertura: costringono a vedere la stanza vuota.
La tempistica, poi, non è neutra: vigilia dei palinsesti, un anno dalle elezioni. E il paradosso andrebbe meditato: la Rai occupata perde spettatori e credibilità, eppure il controllo su di essa si fa più ansioso. Come se il consenso non si cercasse più persuadendo un pubblico, ma selezionando una platea: via i non allineati, premiate le fedeltà, e un’audience ridotta ma docile scambiata per egemonia. Un’egemonia povera, difensiva, che rinuncia a convincere il Paese per presidiare il recinto, mentre si disattende il Media Freedom Act.
Resterà, naturalmente, il nome: “servizio pubblico”, “Vigilanza”. Ma le istituzioni non vivono di targhe: vivono di funzioni esercitate, di contrappesi che pesano, di regole che obbligano anche chi comanda. Le dimissioni, qualunque cosa se ne pensi tatticamente, almeno questo lo hanno fatto: hanno tolto la targa dalla porta. Ora tocca a chi presiede le Camere decidere se riaprire quella stanza — o se dovremo abituarci a un Parlamento che rinuncia, un pezzo alla volta, a vigilare.





