
Rassegna stampa — martedì 21 luglio 2026
21 Luglio 2026
Disarmare e disarmarsi: l’appello e ciò che l’appello non può fare
21 Luglio 2026
C’è un modo di leggere questa vicenda che la consuma in ventiquattr’ore. Il video è violento, l’opposizione protesta, la maggioranza prende le distanze con l’eleganza di chi non vuole né condannare né condividere, il generale replica con l’ironia del cortile. Domani un’altra immagine avrà preso il posto di questa. È esattamente ciò che il meccanismo si aspetta da noi, e vale la pena non concederglielo.
Conviene cominciare dall’immagine, perché è lì che sta il nocciolo, e non è la citazione cinematografica a renderla significativa. Il gesto del pollice verso non appartiene al repertorio della polemica politica: appartiene a quello della sovranità sulla vita. Nell’arena chi decide non discute, non argomenta, non convince; separa i vivi dai morti con un movimento della mano. È la forma più antica e più povera del potere, quella che precede il diritto e che il diritto è nato per interrompere. Che un dirigente politico italiano scelga di raffigurarsi in quella postura non è un eccesso di gusto, è una dichiarazione di antropologia politica: dice che il conflitto non si compone ma si elimina, e che l’avversario non è un interlocutore con cui si condivide una cornice, ma un corpo da consegnare. Dice anche qualcosa sul pubblico. Sugli spalti non ci sono cittadini, ci sono spettatori. Il popolo che quell’immagine convoca non delibera, assiste: non è il demos, è la folla dell’anfiteatro, che ha una sola facoltà, quella di godere.
Si apre così il primo piano non politico della questione, che è estetico e insieme morale. L’arena romana non è un’invenzione della destra italiana contemporanea, ma è il punto in cui una certa idea di romanità si divarica. C’è una Roma repubblicana fatta di procedure, magistrature, limiti al mandato, diffidenza costituzionale verso l’uomo solo; e c’è una Roma imperiale fatta di spettacolo, di plebe pasciuta e di potere che si esibisce. Chi sceglie la seconda non rende un omaggio erudito alla classicità: sceglie, tra due eredità, quella che ha meno da insegnare e più da eccitare. Nella cultura italiana questa preferenza ha una storia lunga e un esito noto, e non serve nominarlo perché lo riconoscano anche i distratti.
Il secondo piano è tecnologico, ed è quello che rende il caso diverso da tutti i manifesti d’insulto che la nostra storia politica ha già conosciuto. Lo strumento generativo non produce soltanto un’immagine più veloce o più economica: produce un’immagine che nasce già priva di autore. Il portavoce può dire in perfetta buona fede che il video non l’hanno fatto loro, che qualcuno è stato bravo, che il generale si è limitato a rilanciarlo. È la struttura stessa del mezzo a fabbricare questa innocenza. Prima, per mettere in circolazione un’offesa bisognava firmarla, o quantomeno pagarla; adesso l’offesa arriva da un altrove indistinto e chi la diffonde compie il gesto minimo e reversibile della condivisione. Si ottiene l’effetto senza assumere l’atto. È una tecnologia dell’irresponsabilità, e la sua efficacia politica sta tutta lì: non nel contenuto, che è rozzo, ma nella catena di deleghe che consente di produrre un significato senza che nessuno risponda del significato prodotto.
Alla scappatoia tecnica se ne aggiunge una semantica, e qui torna una vecchia questione, la distanza tra il nome e la sostanza. Il nome dato all’oggetto è satira. Ma la satira ha una grammatica precisa e un vettore preciso: è il rovesciamento comico dell’asimmetria, colpisce chi sta sopra, e trae la propria legittimità proprio dall’essere disarmata. Un’immagine in cui il potere in carica — o il potere che aspira a entrare nella maggioranza — mostra sé stesso mentre dà in pasto alle belve i propri avversari non rovescia nulla: conferma. Non è satira, è allegoria del desiderio. La differenza non è sottile, ed è precisamente ciò che il nome serve a coprire. Chiamare satira l’esibizione di una fantasia di soppressione significa usare una parola nobile come scudo giuridico e come anestetico pubblico: scudo, perché la satira è protetta; anestetico, perché appena la si evoca l’obiezione diventa umorismo mancato, permalosità, mancanza di leggerezza. È il vecchio trucco di far passare per difetto di senso dell’umorismo di chi ascolta ciò che è difetto di misura di chi parla.
Il terzo piano è giuridico, e va toccato con prudenza perché è il più insidioso. La battuta sulla nuova legge Scelba-Mancino per i pollici è retoricamente astuta e sostanzialmente falsa, e tuttavia intercetta un problema vero: una società libera non può inseguire penalmente ogni immagine, e la tentazione di rispondere alla degradazione simbolica allargando la fattispecie finisce quasi sempre per rafforzare chi la provoca. Il punto non è se questo video sia perseguibile. Il punto è che le nostre categorie giuridiche sono costruite sull’atto e sull’autore, cioè su due presupposti che la produzione sintetica di immagini sta erodendo insieme. Non siamo davanti a un vuoto normativo da colmare con una norma in più: siamo davanti a uno slittamento del terreno su cui la norma poggia. Questioni di questa natura non si risolvono in Parlamento nel giro di una legislatura; si risolvono, se si risolvono, con una lenta ricostruzione delle abitudini collettive, cioè con qualcosa che somiglia molto più all’educazione che alla legislazione.
Resta il piano che considero decisivo, e riguarda il legame. Nella stessa giornata in cui rilancia l’immagine dell’arena, il leader di Futuro nazionale offre alla maggioranza un’alleanza a condizione che sia fondata su un accordo scritto, pubblico e verificabile. La coincidenza è più istruttiva di qualunque polemica. Da una parte la distruzione simbolica del patto, cioè di quel fondo non scritto e non verificabile che tiene insieme avversari i quali si riconoscono reciprocamente il diritto di esistere; dall’altra la richiesta scrupolosa di un contratto, con clausole, punti irrinunciabili e possibilità di controllo. Non è un’incoerenza. È la coerenza esatta di un mondo in cui, venuto meno il patto, non rimane che il contratto. E poiché il contratto vincola solo finché conviene, quel mondo è strutturalmente instabile: ha bisogno di riprodurre periodicamente l’immagine del nemico da sopprimere per procurarsi la coesione che non sa più generare per via fiduciaria.
Qui sta ciò che dovrebbe preoccupare più del video. Una comunità politica sopravvive a un conflitto anche asprissimo, purché resti in piedi la presunzione che l’altro, sconfitto, continui ad appartenere. Quando l’immaginario pubblico comincia a rappresentare l’avversario come corpo da eliminare non accade nulla di visibile: nessuno viene ucciso, nessun leone entra in scena, tutto resta effettivamente irreale come dice chi si difende. Ciò che si consuma è una soglia interiore, e le soglie interiori si consumano sempre in silenzio, molto prima che qualcuno si accorga di averle superate. Il danno non è nel gesto, è nell’assuefazione al gesto: nel fatto che tra sei mesi un’immagine analoga non farà più notizia, e che questa mancata notizia sarà l’unica cosa realmente accaduta.
Per questo la reazione più sbagliata è l’indignazione a tempo, che dura il ciclo di una giornata e produce dichiarazioni simmetriche. La seconda più sbagliata è il silenzio prudente di chi si dichiara estraneo per stile senza pronunciarsi sul merito, perché la distanza di stile è precisamente la forma che assume il consenso quando non vuole dichiararsi. Servirebbe qualcosa di più modesto e insieme di più difficile: dire pubblicamente, senza calcolo di schieramento, che esiste una linea; che quella linea non riguarda le opinioni ma il modo in cui si rappresenta chi le opinioni non le condivide; e che chi la attraversa non diventa impresentabile per decreto morale, ma si assume un peso di cui dovrà rispondere. È poca cosa, lo so. Ma le civiltà politiche non si difendono con gesti grandiosi: si difendono ripetendo, con ostinazione un po’ noiosa, che certe immagini non ci appartengono. E ripetendolo soprattutto quando a produrle è qualcuno con cui domani potrebbe convenire allearsi.





