
La rannata
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12 Settembre 2026È morta a Roma, a settantotto anni, la donna che fece del proprio corpo un argomento e della coerenza una disciplina. Quasi mai vittoriosa nei numeri, ha cambiato l’orizzonte morale del Paese.
C’è un paradosso che attraversa tutta la vicenda di Emma Bonino e che oggi, nel giorno del congedo, conviene dire senza reticenze: non ha quasi mai vinto un voto, eppure ha finito per spostare il baricentro dell’Italia. Divorzio e aborto sono passati mentre lei restava minoranza nei conteggi parlamentari; le sue liste hanno oscillato per decenni intorno a percentuali modeste; la corsa al Quirinale si è risolta in una manciata di schede. E tuttavia, a distanza di mezzo secolo, le questioni che poneva sono diventate senso comune, e la lingua stessa con cui il Paese discute dei propri diritti porta la sua impronta. È la prova, se ce ne fosse bisogno, che in politica la forza dei numeri e la forza delle idee non coincidono, e che a volte una sconfitta ripetuta con ostinazione vale più di una maggioranza distratta.
Il suo metodo, prima ancora delle sue tesi, è stato il corpo. Quando nel giugno del 1975, a ventisette anni, si fece arrestare davanti a un seggio dopo essersi autodenunciata, non stava soltanto sfidando una legge: stava inaugurando una grammatica. L’argomento non era un discorso, era una persona esposta — la faccia, le braccia alzate, il rischio penale, più tardi lo sciopero della fame e del corpo consumato in pubblico. È una forma di ragionamento che la retorica non sa dissolvere, perché non si confuta la carne. Chi mette in gioco se stesso costringe l’avversario a rispondere non a un’opinione, ma a un’esistenza. In questo la sua pratica ha anticipato una lezione che oggi ritorna ovunque, dalle piazze del Sud del mondo alle nuove mobilitazioni per la dignità: il primo territorio della libertà è il corpo che la rivendica.
Da qui nasce quella parola che è diventata la sua cifra: coerenza. Ma è bene intendersi. Non la fedeltà rigida a un catechismo, bensì una disciplina di sé, quasi un esercizio quotidiano di libertà come cura e come governo della propria vita. Restare minoranza è una scelta faticosa, che chiede di rinunciare al conforto del consenso a buon mercato e di sopportare l’isolamento come condizione ordinaria. Lei lo ha fatto per decenni, sapendo che la posizione impopolare di oggi può diventare il diritto di domani, e che il compito di chi apre una strada non è arrivare per primo, ma non tornare indietro.
Sta qui anche il suo secondo paradosso. È stata la più istituzionale dei radicali: parlamentare, più volte ministra, commissaria europea, vicepresidente del Senato, perfino nome ricorrente per il Colle. Nessuno, nel suo mondo, si è avvicinato quanto lei al Palazzo. Eppure quella prossimità non l’ha mai addomesticata. Ha attraversato le stanze del potere senza confondere la sede con il fine, portando dentro le istituzioni la stessa inquietudine che la teneva nelle piazze. È la sintesi rara di due figure che la retorica pubblica tiene di solito separate: la ribelle e la statista.
L’ultima frontiera è stata l’Europa, ma non come sentimento e nemmeno come ideologia: come necessità. L’idea che l’unione del continente non fosse più la visione di pochi ma la condizione di sopravvivenza di tutti è stata il suo lascito più maturo, quello che il Presidente della Repubblica ha voluto ricordare parlando di un testimone affidato a chi ne condivide il pensiero. E accanto all’Europa, un universalismo dei diritti che ha rifiutato ogni scorciatoia relativista: la battaglia contro la pena di morte, contro le mutilazioni genitali, per una corte penale internazionale, contro la fame. Un modo di pensare i diritti come patrimonio comune dell’umanità, misurato non sulle comodità di casa nostra ma sulle vite più lontane e più indifese. È forse questa la sua eredità meno provinciale: aver tenuto insieme la libertà del singolo e la responsabilità verso il mondo intero.
Restano, sullo sfondo, i legami che ne hanno fatto una persona e non un’icona. Il sodalizio lunghissimo e poi la rottura mai spiegata con Marco Pannella, maestro e complice, capace di dire che «pensava solo a sé» proprio perché non sopportava di vederla crescere. E l’amicizia inattesa con Francesco, che la definì più credente di tanti cristiani: una laicità così ferma da mettere in crisi i credenti tiepidi, e insieme così aperta da riconoscere l’altro senza volerlo convertire.
Martedì, nella Sala della Protomoteca in Campidoglio, l’Italia le renderà l’onore dei funerali di Stato, in forma laica, come lei avrebbe voluto. Sarà il momento del cordoglio unanime — quello stesso Paese che per anni l’ha tenuta ai margini. Ma il congedo migliore non è l’applauso: è raccogliere l’avvertimento che ci lascia, e che vale come una consegna. Le libertà conquistate non sono per sempre. Sono un compito, non un possesso. E vanno difese ogni giorno, da minoranza se occorre, con l’ostinazione di chi sa che la sconfitta di oggi è soltanto una vittoria in ritardo.





