
Palio delle contrade il nuovo regolamento sposa il doping zero
23 Luglio 2026
Sul manifesto la prima cosa che si vede non è il burattino. È la mano: grande, scura, in alto, appena illuminata da una luce che viene da fuori campo. Da lì scendono i fili. Il burattino sta più giù, seduto per terra su un selciato bagnato, in una strada di paese che potrebbe essere qualunque strada e che invece somiglia molto a certe nostre sere di luglio, quando le finestre si accendono a una a una e la pietra restituisce il calore preso di giorno. Il titolo dello spettacolo di Daniele Belloni fa quello che deve fare un buon titolo: rovescia la memoria. Perché la memoria, sentendo Bennato, corre subito al burattino senza fili, all’album del 1977 che una generazione ha imparato a mente credendo di ascoltare una favola e ascoltando invece un discorso sul potere. Qui i fili tornano, sono nel titolo, sono l’unica cosa che tiene ancora in piedi la scena. E la domanda che ne nasce non è se il burattino sia libero, ma se sappia chi lo muove.
Vale la pena ricordare che quel disco non era tenero. Sotto la superficie della filastrocca c’era la storia di un pezzo di legno a cui viene promesso di diventare bambino vero a condizione di comportarsi bene, cioè di smettere di essere quello che è. Il gatto e la volpe non sono truffatori qualunque, sono consulenti; i dotti e i sapienti non sbagliano diagnosi, sbagliano mestiere. Il paese dei balocchi non è il luogo del divertimento, è il luogo dove il divertimento viene amministrato da qualcun altro. Bennato aveva capito che l’allegoria di Collodi non riguarda l’infanzia ma l’addomesticamento: si cresce accettando i fili e chiamandola maturità. È un discorso che non è invecchiato di un giorno, e che chi amministra un territorio farebbe bene a rileggere ogni tanto, perché anche i luoghi ricevono la stessa promessa — diventerete veri, moderni, sviluppati — a patto di rinunciare a essere di legno, cioè a essere fatti della materia da cui vengono.
E qui il caso, o forse non il caso, fa il suo lavoro. Il burattino è di legno, e questa è una montagna di legno: castagno soprattutto, faggio più su, la materia che ha vestito e nutrito e riscaldato per secoli. Portare una storia di legno alle Fonti di Borgo significa metterla nel punto esatto in cui il paese ha sempre saputo cosa fosse: l’acqua che scende, la pietra che la raccoglie, le vasche dove si andava perché bisognava andarci. Le fonti non sono nate per essere belle, sono nate per essere necessarie, e la bellezza gli è venuta addosso dopo, come viene ai luoghi che hanno servito a qualcosa. Quando uno spettacolo ci si posa sopra, per una sera, non le usa come sfondo: le rimette in funzione, cambiando la funzione. Il paese di sotto torna a essere un luogo dove si va perché bisogna andarci.
C’è poi un contrappunto che mi pare la cosa più giusta della serata, e che nasce dalla forma prima ancora che dal contenuto. In scena, sul manifesto, c’è una figura sola, caduta, con le braccia che non reggono. Ma le canzoni le porta un coro, il Don Zelio Vagaggini, che è un coro di paese nel senso più pieno del termine: gente che canta perché ha deciso di trovarsi, con una voce narrante, Luciana Flori, e quattro musicisti — chitarra, pianoforte, basso, batteria — a tenere il tempo. Il burattino è solo; chi lo racconta non lo è. Questa è già una risposta, e non è retorica: contro i fili non c’è l’individuo sciolto che pensa di non averne, c’è il legame scelto, la voce che si accorda con altre voci. La differenza tra il filo che ti muove e il filo che ti lega a qualcuno passa tutta lì, ed è la stessa differenza che corre tra un contratto e un patto.
Un’ultima cosa sul sottotitolo. Piccola storia triste: non capita spesso che un cartellone estivo dichiari la propria malinconia in copertina, in un mese in cui tutto deve essere festoso per contratto. Trovo che sia un atto di onestà e anche di rispetto verso chi ascolta. Un paese che d’estate sa mettere in programma anche la tristezza è un paese che non ha bisogno di recitare la propria felicità, e che quindi può permettersi di essere felice davvero, ogni tanto, senza doverlo dimostrare a nessuno.
Giovedì 30 luglio, alle 21,30, alle Fonti di Borgo. Conviene arrivare un po’ prima, quando la luce se ne va e l’acqua si sente meglio delle parole. Poi si accendono le luci e si vedono i fili. Quello che non si vede mai, né in scena né fuori, è la mano.





