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L’assessore al turismo di Piancastagnaio fa una riflessione sul fenomeno «Qui Il visitatore non trova uno spettacolo predisposto ma una vita in corso»
«Rodolphe Christin torna a dire una cosa che pratichiamo senza ammetterla: il turismo non è la forma matura del viaggio, ne è la neutralizzazione». Pierluigi Piccini assessore alla cultura e al turismo di Piancastagnaio. «Muoversi – scrive – non garantisce più l’apertura, nei luoghi molto frequentati chi ci accoglie è un riflesso di noi stessi, addestrato a restituirci l’immagine che siamo venuti a cercare. Il dato su Dubrovnik — ventisette visitatori per abitante — non descrive una città di successo: descrive una scenografia con qualche superstite. La proposta di Christin è più interessante della denuncia: l’alternativa non è un viaggio più lento, è la riscoperta della prossimità, l’idea che si possa fare vacanza senza partire. Vale la pena leggerla da una montagna. Il nostro problema, qui, sembra rovesciato. Non abbiamo ventisette visitatori per abitante: abbiamo abitanti che se ne vanno, case chiuse undici mesi l’anno. La tentazione è curare lo spopolamento importando il modello che ha svuotato Dubrovnik dall’interno: un marchio, un calendario di eventi, un picco d’agosto da esibire. Ma se il rimedio è la stessa sostanza della malattia in dose minore, non stiamo curando: stiamo rimandando. L’Amiata non è un monumento, è un corpo lavorato: il cinabro e le gallerie, i castagneti che sono coltura e non natura, il vapore dei pozzi, l’acqua che alimenta mezza Toscana. Chi è salito quassù è venuto per lavorare. Il visitatore non trova uno spettacolo predisposto ma una forma di vita in corso, che continuerebbe identica anche senza di lui. È ciò che la rende insostituibile, ed è la prima cosa che si perde quando si organizza il paese in funzione di chi lo guarda». «Da qui la distinzione tra patto e contratto – scrive Piccini –. Il contratto scambia: paghi, fornisco esperienza, il giorno dopo siamo liberi. Il patto impegna verso qualcosa che eccede entrambi — il bosco, le sorgenti, la possibilità che ci sia ancora qualcuno qui fra trent’anni. Un festival, una mostra, uno stendardo consegnato alla comunità non valgono come attrazioni: valgono come il modo in cui una comunità dice a se stessa che cosa è. Che qualcuno da fuori voglia assistere è un guadagno, non lo scopo. L’ospite non è cliente, è testimone: e viene trattato meglio. Non quanti arrivano, ma quanti restano, e quanti tornano a gennaio».





