
Le porte del mondo
1 Agosto 2026
Pearl Jam – Alive
1 Agosto 2026L’ultima eccezione
A margine di un ritratto di Houellebecq
C’è un articolo di Giulio Meotti, uscito in questi giorni, che intitola Michel Houellebecq “il papa laico” e ne fa l’ultimo predicatore di un Occidente che ha ormai digerito perfino se stesso. Il pretesto è la battaglia — dichiaratamente perduta — che lo scrittore conduce da tre anni contro la legge francese sull’eutanasia: una dozzina di saggi, quattro soltanto negli ultimi mesi, con un’ostinazione che nessuno, né i partiti né i vescovi occupati a dispensare sorrisi temperati, ha voluto spendere su una causa tanto di retroguardia.
Vale la pena fermarsi su una frase, perché tocca qualcosa che riguarda tutti e non solo la Francia. Houellebecq scrive che ogni civiltà ha eretto un sistema di eccezioni: la domenica, la notte, l’infanzia, il capezzale. Luoghi e tempi sottratti al calcolo, territori dove l’utilità non entrava. Il sacro, dice, non è mai stato altro che questo: una sospensione dell’aritmetica. E la modernità le ha cancellate una a una. La domenica è caduta, la notte è illuminata a giorno, l’infanzia è diventata un mercato. Restava il letto del morente, ultimo perimetro dove il conto non tornava — perché il morente, di tutti gli uomini, è l’unico che non restituisce più nulla: nella contabilità dei flussi, un costo puro. Quando anche quell’eccezione si estingue, non accade nulla di visibile. I treni continuano a circolare, le biblioteche restano aperte, sia pure vuote. Semplicemente, l’ultima soglia è stata rimossa.
Chiama questo processo decivilizzazione. È una parola forte, e Meotti fa bene a non addomesticarla.
Mi interessa perché è lo stesso movimento che vedo altrove, in scala minore e apparentemente innocua. Ogni volta che un rapporto di comunità viene riscritto come prestazione, ogni volta che un luogo smette di essere abitato e diventa servizio da erogare, si compie in piccolo la stessa operazione: si trasforma un patto in un contratto. Il patto contempla l’eccezione, il dono, ciò che non si misura; il contratto le espelle, perché ciò che non è quantificabile, per il contratto, semplicemente non esiste. La morte amministrata a cinquemila euro — Houellebecq lo annota con la freddezza del contabile che smaschera un altro contabile — è la forma estrema di questa espulsione. Ma la stessa logica lavora anche dove nessuno muore: nel paesaggio ridotto a rendimento, nella festa ridotta a evento, nel tempo del vivere ridotto a passi contati su un’applicazione.
Non serve credere a ciò in cui crede Houellebecq per riconoscere la diagnosi — ammesso che creda a qualcosa, e il ritratto lo colloca in una posizione più scomoda di quella del credente: un agnostico che nomina ciò che si è perduto senza pretendere di restaurarlo. Parla di religione non per fede, ma perché sa che è stata il grande dispositivo di contenimento del vuoto: ha dato forma al desiderio, misura al tempo, dignità alla morte. Cancellati quei dispositivi, resta l’individuo saturo, l’organismo che ha metabolizzato progresso, libertà, mobilità, scienza, e adesso digiuna — non per scelta, ma per saturazione. Quando tutto è disponibile, nulla è più necessario.
Qui il pezzo di Meotti fa una scelta che mi convince: rinuncia alla consolazione. Non promette rinascite, non benedice ghiacciai, non cerca nella pandemia l’occasione di un Occidente migliore. Ricorda anzi l’unica frase che di quella stagione aveva senso — sarà tutto come prima, solo un po’ peggio. È lo stesso rifiuto della retorica salvifica che dovremmo tenerci stretto anche quando parliamo di cose più modeste delle ultime cose. Perché la tentazione, in politica come nella cultura, è sempre di trasformare la diagnosi in slogan e la crisi in prodotto. Houellebecq resiste alla tentazione per la ragione più semplice: sta descrivendo un vuoto, e il vuoto, quando è nominato con precisione, scuote più di mille omelie.
Resta una domanda che il ritratto lascia aperta, e che a me pare la sola che conti. Se davvero l’ultima eccezione è quella che si difende quando la partita è già persa, allora la questione non è vincere. È decidere quali soglie continuiamo a considerare non negoziabili anche quando conviene svenderle. La domenica, la notte, l’infanzia, il capezzale — e, aggiungerei, un paese che non sia soltanto la somma dei suoi flussi. Difendere l’Occidente, scrive Houellebecq, ma solo finché merita di essere difeso. La frase suona come una minaccia. È, più probabilmente, la definizione esatta di cosa significhi tenere aperta un’eccezione: farlo senza garanzie, e senza sconti.





