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Ci sono verità che hanno un’ora esatta. Le dieci e venticinque del 2 agosto 1980: l’orologio della stazione resta fermo lì, come un dito puntato che quarantasei anni non hanno abbassato. Ottantacinque morti, oltre duecento feriti, la strage più grave della storia repubblicana. Quell’orologio è il contrario di tutto ciò che, ancora quest’anno, si è tentato di rimettere in movimento: è un punto fisso, e i punti fissi danno fastidio a chi ha bisogno che tutto resti negoziabile.
Perché la verità di Bologna non è un’opinione tra le altre. È il risultato di processi, di tre gradi di giudizio, di sentenze passate in giudicato. Hanno un nome i responsabili — gli uomini dei Nuclei armati rivoluzionari, condannati in via definitiva — e ha un nome la trama che li protesse: apparati deviati dello Stato, la loggia che li muoveva, i depistaggi puntuali dei servizi che ogni volta gonfiavano fascicoli e inventavano piste per allargare il campo e disperdere lo sguardo. La magistratura ha ricostruito quel filo nero che lega gli esecutori alla stagione delle bombe. E ha dato alla strage il suo aggettivo: neofascista. Non è un’etichetta militante, è una qualifica giudiziaria. È la parola che i familiari, dal palco della stazione, chiedono da anni venga finalmente pronunciata da chi occupa lo scranno più alto.
È la parola che, con cura, quest’anno di nuovo non è stata detta. Nella nota diffusa da Palazzo Chigi la strage diventa “terrorismo”, “una delle pagine più buie della storia nazionale”. Formule vere e insieme reticenti: il buio è un colore, non una responsabilità. Sottrarre un solo aggettivo a una frase perfetta è già un’operazione politica, e non passa inosservata proprio perché quell’aggettivo lo hanno scritto i tribunali, non i partiti. Che poi la seconda carica dello Stato riconosca sì la “matrice fascista” accertata dalle sentenze, ma subito aggiunga che è “altrettanto doveroso” proseguire nella ricerca della “verità completa”, non ripara l’omissione: la raddoppia con un’ambiguità più raffinata.
Ed è qui il congegno da smontare. L’appello alla “verità completa”, alla ricerca da tenere sempre aperta, si presenta come la più nobile delle richieste: chi potrebbe opporsi a voler sapere di più? Ma la sua funzione è opposta al suo suono. È un solvente. Serve a tenere tutto provvisorio, a suggerire che ciò che è stato accertato sia soltanto parziale, a lasciare socchiusa la porta da cui rientrano, puntuali come i depistaggi di allora, le tesi già respinte. La forma preferita del potere, quando la verità gli è scomoda, non è la negazione aperta — troppo grossolana, troppo smentibile — ma la sospensione indefinita: mantenere la cosa “in cerca” perché non vincoli mai nessuno. Una verità perennemente aperta è una verità disinnescata.
Di questa strategia della sospensione l’ultimo capitolo ha una fisicità che toglie il fiato. L’appiglio residuo della difesa di uno dei condannati è un frammento di Dna: un lembo, riesumato dalla bara di una delle vittime, che le analisi hanno attribuito non a lei ma a una donna sconosciuta, vicinissima alla fonte dell’esplosione. Su quel reperto si chiede una nuova perizia, e non serve molta malizia per leggerne il fine: riaprire, per via genetica, la vecchia “pista palestinese” che ogni inchiesta e ogni sentenza hanno dichiarato radicalmente insussistente. Si disturba un morto per rimettere in dubbio i vivi. Il corpo di una vittima, dissepolto, torna a essere strumento — non più della strage, ma del dubbio sulla strage. C’è un’oscenità precisa in questo: l’operazione astratta che sottrae una parola trova qui la sua traduzione concreta, una cassa che si riapre.
Contro tutto questo c’è una città che ogni anno, alla stessa ora, si ferma. Bologna in piazza, gli applausi al suo sindaco, quel “tieni duro” gridato dalla folla che è insieme sostegno e consegna di un compito. È il custode più affidabile della memoria, quando dall’alto la si lascia scivolare via: la comunità che tiene fermo ciò che il vertice vorrebbe rendere fluido. La salute di una società la si misura anche così, dalla sua ostinazione a non lasciare che i propri morti tornino discutibili. La memoria non è un sentimento privato da coltivare in silenzio; è un bene comune che si difende proprio quando qualcuno prova a riaprirlo.
Restano le dieci e venticinque. L’orologio che non si muove è già la risposta a chi vorrebbe che tutto restasse “in cerca”. La verità di Bologna non è un processo da tenere aperto all’infinito: ha una data, ha dei nomi, ha un aggettivo. E il rifiuto di pronunciarlo non è prudenza istituzionale. È una scelta. La si nomina per ciò che è, e la parola giusta — quella che la città pretende e che le sentenze hanno già scritto — non va cercata da nessuna parte. È lì, e basta dirla.





