
Il Monte, dal titolo cubitale alla riga in corpo minore
8 Agosto 2026Il comò
di pierluigi piccini
C’è un’ora, la mattina in Comune a Piancastagnaio, in cui la stanza dell’assessore non si è ancora fatta ufficio. Le pratiche sono lì, in attesa, ma non chiamano ancora; entra la luce dal monte, il paese comincia appena a muoversi, e per un momento la scrivania è soltanto un tavolo. È in un’ora così che, qualche giorno fa, è salito a trovarmi un amico.
Ci conosciamo da sempre, di quella conoscenza che al paese non ha bisogno d’essere coltivata per restare viva: uno diventa scienziato, l’altro si perde dietro i libri e le parole, e per anni le strade non s’incrociano, eppure basta un mattino perché tutto ricominci dal punto esatto in cui l’avevamo lasciato. È venuto senza cerimonie, con un dono sotto il braccio: un suo libro. Una tavola periodica degli animali — l’idea, tenera e ardita, di ordinare il vivente come si ordinano gli elementi, ogni bestia nella sua casella. L’ho posato sul comò, e la sera, prima di dormire, ne ho letto qualche pagina. C’è una cosa che commuove, nel leggere il libro di un amico: senti la sua voce sotto le righe, la stessa che poche ore prima riempiva la stanza.
Avevamo parlato a lungo. Da quelle caselle, chissà per quale scala interna del discorso, eravamo scesi fino alla fisica dei quanti, e da lì — senza volerlo, come capita alle conversazioni giuste — a quel confine dove la scienza più spinta torna a sfiorare le domande più antiche, quelle che una volta si chiamavano con parole grandi. L’indeterminato, il possibile, ciò che è e non è ancora. Ci siamo detti: riprendiamolo con calma, davanti a un caffè. E abbiamo lasciato la frase lì, aperta, come si lascia una finestra d’estate.
Il congedo è arrivato sulle scale, quelle che portano fuori dal Comune. E lì, quasi per gioco, l’amico mi ha detto: io all’antropologia non credo, credo solo alla scienza. La sola cosa che conta. L’ho presa come si prende una carezza ruvida — perché tra vecchi amici anche le stoccate sono un modo di volersi bene. Ma qualcosa, dentro, mi ha punto: mi pareva di sentir riporre in un cassetto, con gentilezza, tutto ciò a cui ho dedicato la vita.
Gli ho risposto con quello che avevo: la Chiesa, e la pittura. Per secoli, dicevo, l’organo del credere è stato l’orecchio — si ascoltava, si cantava, il mondo stava insieme perché veniva detto. Poi l’occhio ha preso il sopravvento. E la Chiesa l’immagine l’ha difesa presto: mi tornava in mente Gregorio Magno, che quando un vescovo di Marsiglia si mise a rompere le icone per paura che la gente le adorasse, gli scrisse di fermare la mano — d’accordo, non le si adori, ma non le si distrugga, perché la pittura è la scrittura di chi non sa leggere, e insegna guardando ciò che la storia racconta. Vedi, gli dicevo, l’occhio era ancora servo dell’orecchio, dava figura a un racconto. È oggi che il rapporto si è rovesciato — basta pensare all’Odissea, nata per essere cantata e ormai attesa solo come spettacolo per gli occhi. Siamo diventati bravissimi a guardare, e non sappiamo più ascoltare.
Solo scendendo gli ultimi gradini ho capito che non parlavamo della stessa cosa. Lui non pensava alla pittura: pensava ai quanti, a quella soglia in cui è la misura a decidere, e da una nuvola di possibili si stacca un solo valore. Non è l’occhio a fissare la particella — lo so, me lo direbbe lui, è lo strumento, la domanda posta alla materia — ma la suggestione resta: qualcosa che, interrogato, smette d’essere soltanto probabile e diventa. Non un caos zittito da uno sguardo, piuttosto un confine che le cose portano scritto addosso, un pudore del reale che non si lascia sapere tutto insieme.
E qui, invece di darmi ragione da solo, mi è venuta una tenerezza. Perché il suo libro, quello che avevo lasciato sul comò, dice esattamente ciò che lui negava sulle scale. Gli animali, nel bosco, non stanno in caselle: le caselle le mettiamo noi. Classificare non è un gesto della natura, è un gesto d’amore dell’uomo verso un mondo troppo grande, il modo che abbiamo trovato per non perderci dentro. Il mio amico, con la sua tavola, e io, con le mie parole, facciamo in fondo la stessa cosa da due capi opposti: proviamo a rendere leggibile il mondo perché non ci inghiotta. Lui la chiama scienza, io la chiamo — con una parola che a lui non piace — il proprio dell’uomo. Ma è la stessa mano tesa, lo stesso non voler restare soli davanti all’immenso.
Non gliel’ho detto, sulle scale. Certe cose si dicono meglio da seduti, con una tazza davanti e il tempo che non incalza. Gliele dirò a quel caffè che ancora ci dobbiamo. Non per vincere — con gli amici veri non si vince, si continua — ma per il gusto di scoprire, ancora una volta, che due uomini partiti dallo stesso paese e finiti su strade lontane si ritrovano, alla fine, a guardare lo stesso cielo con due nomi diversi. Intanto ho un bel libro da finire. Stasera, quando lo riapro, è come se lui fosse ancora qui, sulle scale, a salutarmi.





