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16 Luglio 2026
Domenica 19 Luglio Frazione Quaranta • Piancastagnaio (Si) Ore 21.30
16 Luglio 2026Ero molto giovane, la sera che vidi Nostra Signora dei Turchi. Non capii niente, e me ne vergognai un po’, lì al buio, mentre intorno a me qualcuno rideva e qualcun altro sbuffava. Quella voce non raccontava come mi avevano insegnato che si racconta, e io non sapevo dove appoggiarmi. Uscii che era notte, con la sensazione di aver perso qualcosa senza sapere cosa. Sarebbe bastato dire la parola facile — noioso — e liberarmene. Invece me la portai a casa, quella sera, e non se n’è più andata. Il non aver capito diventò voglia di capire, e la voglia un tarlo. Ci ho messo anni, forse una vita. Ma quella porta che credevo sbattuta era solo socchiusa, e oggi quella voce è tra le poche cose di cui non discuto. Mi aveva spostato di un passo, senza che me ne accorgessi. E il passo, all’inizio, pesa; a volte pesa per anni, prima che tu capisca che ti ha portato altrove.
Ci ripenso ogni volta che sento chiamare noioso qualcosa a teatro, perché è lì, da ragazzo, che ho imparato a diffidare di quella parola. Chi entra chiedendo di ridere a ogni battuta, o di ritrovare quello che già sa, chiama noia la fatica — lieve, in fondo dolce — di conoscere. Ma riconoscere e conoscere non sono la stessa cosa. Riconoscere consola: applaudi ciò che ti dà ragione ed esci di sala tale e quale a com’eri entrato. Conoscere costa un po’ di più: ti chiede di posare per un’ora il tuo metro e di aspettare, perché certe cose arrivano solo dopo, a luci spente, quando meno te l’aspetti.
Ho smesso da un pezzo di temere la voce sola, il monologo, come se una parola non divisa con altri fosse una parola spenta. È il contrario. La voce sola è la scena spogliata fino all’osso: niente ti distrae, resta soltanto un pensiero che si fa carne in un corpo che parla. Non è tedio, è una soglia. E il teatro, quando è vero, non si limita a smuoverti: ti mette qualcosa in mano. Alle Tre Case, dietro al nodo antico e mai sciolto tra padri e figli, ho ricevuto delle notizie — non di quelle che si consumano e si buttano, ma di quelle che ti fanno accorgere che una porta esiste. Spunti da tirare per il filo, da elaborare con calma nei giorni dopo. Sono uscito con più lavoro di quando ero entrato, e quel lavoro l’ho sentito come un regalo. Chi dalla scena vuole solo passare la serata torna a casa a mani vuote, e non perché gli abbiano dato poco: perché aveva chiesto poco.
La noia vera, semmai, è l’altra. È la replica dell’uguale, il teatro che ti accarezza dalla parte giusta del pelo, cucito addosso a ciò che già ti piace. Nessun attrito, nessuna domanda: quel tanto che basta per riempire una serata e mandarti a letto un filo più pigro. Ecco cosa mi annoia davvero — non ciò che non capisco, ma ciò che ho già capito prima di sedermi. Non la voce che mi spiazza, ma quella che mi liscia. E mi accorgo che spesso chi grida alla noia davanti a ciò che lo costringe a pensare è innamorato proprio di quello che è noioso sul serio: il già visto, il già saputo, il comodo.
E qui la cosa mi tocca da vicino, perché è una questione di rispetto. Si può rispettare il pubblico in due modi che sembrano simili e sono opposti. C’è chi lo accontenta: gli dà quello che vuole, non lo contraria mai — e senza dirlo lo tratta da bambino, uno da non affaticare, uno che il dubbio non lo reggerebbe. È una gentilezza che nasconde una sfiducia. E c’è chi invece lo pensa adulto: capace di reggere uno spaesamento, di tornarsene a casa con una domanda e non con un finale da dimenticare. Il primo lo intrattiene; il secondo gli parla alla pari, da persona a persona. Preferire l’attrito alla carezza non è disprezzare chi guarda: è la forma più alta di stima che gli si possa portare.
Ed è lo stesso rispetto che dobbiamo alla libertà di ciascuno. Annoiarsi è sacrosanto, i gusti non si discutono. Ma togliere agli altri la possibilità di non annoiarsi è un’altra faccenda. Chi mette in guardia la gente, chi la scoraggia dall’andare — per giunta a uno spettacolo che nessuno ha ancora visto — non sta dando un parere: sta togliendo una soglia a chi magari l’aspettava. Chissà a chi, tra quelli dissuasi, avrebbe cambiato qualcosa. Chissà chi si stava perdendo il suo Nostra Signora dei Turchi.
Perché quella sera, in fondo, avrei potuto essere uno di loro. A salvarmi fu solo il non aver dato retta alla parola facile, l’aver lasciato che il non capire si facesse tarlo invece che sentenza. È tutto lì: restare, aspettare, lasciarsi spostare di quel passo che all’inizio pesa. Il resto — la porta — teniamola aperta, almeno per gli altri.
Pierluigi Piccini





