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«Con il prezzo non si può comprare tutto.» La frase di Lovaglio ai dipendenti convocati venerdì scorso ha il tono di una massima, e come tutte le massime chiede di essere creduta più che dimostrata. L’amministratore delegato di Mps la affida alla Maestà del Palazzo Pubblico — attribuendola a Simone Martini per poi confondere l’autore col Lorenzetti, cosa che a Siena non passa inosservata — e ne ricava l’argomento contro l’Opas ostile di Intesa Sanpaolo: la Madonna protegge i governanti finché agiscono con giustizia, competenza e rispetto dei più deboli, e ritira la sua protezione a chi antepone l’interesse proprio a quello della collettività. Bella immagine. Ma è un prestito preso in fretta, e la fretta si vede.
Il ragionamento di fondo, in verità, non aveva bisogno di quell’affresco per reggersi. La domanda che circola da settimane — cosa deve essere una banca oggi, un asset da comprare e rivendere oppure un’infrastruttura al servizio di imprese, risparmiatori e territori — sta in piedi da sola, con la sola forza dei numeri. Trentamila famiglie che nel primo semestre hanno ottenuto un mutuo, quattrocentomila correntisti raggiunti dal credito al consumo: sono cifre che raccontano una funzione, non un prezzo. Tirare dentro la Maestà, semmai, quell’argomento lo indebolisce anziché rafforzarlo, perché lo trasforma in strumento di parte. L’iconografia trecentesca diventa così la bandiera di una contesa societaria in cui la posta concreta sono le seicento e più filiali destinate a Bper-Unipol e un patrimonio immobiliare da spartire. La Madonna, insomma, chiamata a coprire un concambio.
Ed è qui che nasce la perplessità. Un banchiere che ha misurato per una vita intera in utile, dividendo e valore di Borsa scopre all’improvviso l’identità, la giustizia, il territorio — e li scopre nell’istante esatto in cui gli servono. Non che l’argomento sia falso: è che arriva tardi, e da una bocca inattesa. Il sistema bancario italiano festeggia intanto il miglior semestre di sempre, ottantatré milioni di utile al giorno per le cinque sorelle, mentre negli stessi sei mesi scompaiono trecentotrentatré filiali e cinquemilaseicento posti di lavoro. La desertificazione bancaria colpisce proprio le aree interne, quelle marginali, quelle che una retorica del “senso di giustizia” avrebbe dovuto per prime presidiare. Se la banca è davvero un’infrastruttura, allora la domanda vale per tutti, Mps compresa, e non soltanto per l’assalitore di turno.
Resta la questione più concreta, quella che l’evocazione artistica finisce per nascondere invece di illuminare: convincere chi? I soci finanziari che decidono l’esito di un’Opas non guardano la Maestà, guardano il rapporto di cambio, la prospettiva di guadagno, quel razionale industriale che Lovaglio dice di non trovare e che Cimbri, a fine luglio, giurava esistere. La platea a cui il richiamo alla giustizia trecentesca si rivolge davvero non è quella che vota in assemblea. È l’opinione pubblica, è la politica — nazionale, comunitaria — chiamata a decidere se una concentrazione bancaria di questa portata possa restare affare privato di bilanci da record, o se qualcuno debba infine assumersi la responsabilità collettiva dei suoi effetti.
Ecco perché la sensazione, alla fine, è duplice: in buona parte inutile come esercizio persuasivo, e insieme rivelatore come sintomo. Inutile, perché nessun affresco sposterà un investitore istituzionale. Rivelatore, perché il fatto stesso che un amministratore delegato debba appellarsi alla Madonna del Palazzo Pubblico dice quanto sia ormai povera la grammatica con cui si discute di credito nel nostro Paese. Si è ridotti a chiedere protezione a un’immagine perché il linguaggio economico, da solo, non basta più a giustificare il valore di una banca. E questa, assai più della contesa tra Siena e Milano, è la vera notizia.





