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Un drappellone da cui sono sparite, insieme, la guerra e la corsa
di pierluigi piccini
I giornali di stamani sono concordi: applausi, standing ovation, “bello”, un colpo d’occhio che cattura. Ma le cronache più benevole, se le si legge sotto l’entusiasmo, dicono anche altro, e lo dicono senza accorgersene. Una recensione elogiativa registra “qualche errore di proporzione”, mani grosse, maschili, sproporzionate, una Madonna dall’aspetto androgino sospesa in un cielo cupo; un’altra intitola addirittura ai “volti enigmatici” e all'”inquietudine dell’artista”, parla di un cielo senza stelle che tira i capelli ai contradaioli, di una severità quasi gotica. Ecco: quel volto che avevamo intravisto nella fotografia — freddo, remoto, tutt’altro che dolce — non era una nostra fissazione. È lì, e l’hanno visto anche quelli che si sono alzati ad applaudire. La dolcezza è nel comunicato; l’inquietudine è nel telo, e nei cronisti che lo lodano.
Guardiamolo, allora, con onestà, perché il drappellone è fitto, non povero. Tre fasce orizzontali: in alto la Vergine in azzurro, retta da due cherubini che si fondono con figure di pesci e affiancata da due grandi figure guerresche; al centro il panorama di Siena e la Porta Camollia vista da fuori, da nord, omaggio al 1526; in basso la conchiglia del Campo, con le dieci Contrade che corrono figurate come solenni dame medievali. L’artista stessa lo conferma: è un’opera che si legge dall’alto verso il basso, dalla luce della Madonna che scende fino alla Piazza. E in quella verticale di luce discendente c’è tutta la chiave. Perché un telo che si legge dall’alto in basso è un’icona, non un racconto: non si muove nel tempo, si muove nella gerarchia, dal cielo alla città. E ciò che in una gerarchia non trova posto è, precisamente, l’evento.
L’evento. È qui che dovremmo fermarci, quando l’applauso tace. Questo Palio è intitolato ai cinquecento anni di Camollia, e la battaglia non è dipinta. C’è la porta, ci sono le nubi che la “evocano”, ci sono due figure guerresche allegoriche — ma la notte del 1526, i corpi, il nemico in fuga, la cosa in sé, non ci sono. Lo dice lei senza reticenze: voleva l’idea della drammaticità, “poi le nuvole spariscono” e la luce riporta pace. La tempesta è alzata solo per essere dissolta. E non manca soltanto la battaglia: manca anche la corsa. Non ci sono cavalli, non c’è il Palio. Il sindaco, a luglio, aveva confessato che avrebbe preferito un drappellone senza i cavalli; è stata accontentata, e se ne compiace. Il Palio senza il Palio. Dal drappo del rito più agonistico che abbiamo sono stati tolti insieme i due eventi — la guerra antica e la corsa presente — e restano l’icona, le dame, la luce che scende. Una festa a cui è stata sottratta la gara.
Non è un cavillo tecnico: è un autoritratto. Si ascolti cosa si è detto dal palco. Il sindaco, arrivata a Camollia, ha parlato del momento in cui un popolo diviso si riconobbe nella difesa della propria libertà, della propria autonomia, della propria identità. Parole altissime. E il Corriere di Siena — non io — ha scritto che era un chiaro riferimento alla città che vive questi mesi con le notizie sul Monte dei Paschi, e che l’allusione, pur non esplicita, era percepibile. Dunque il parallelo non è la forzatura di un polemista: era nella sala, ed era nei giornali il mattino dopo. Una città celebra l’autonomia difesa cinquecento anni fa proprio nell’estate in cui rischia di perdere quella nuova — e tutti, nel Cortile del Podestà, hanno capito, e hanno applaudito.
Accanto all’autonomia, l’altra parola. Il curatore che ha presentato il telo ha collocato l’artista tra i nomi delle grandi collezioni internazionali e — termine suo — dei “grandi investimenti”. Si pesi quella parola, pronunciata davanti alla città, sull’oggetto meno vendibile che esista: un drappo che non si compra e che finisce nel museo di una contrada. Il vocabolario del mercato che sale sul palco a consacrare il cencio. Lo stesso curatore ha definito quest’opera il “naturale compimento” di un percorso costruito — la mostra al Santa Maria della Scala, la Rosa d’Oro, la sala accanto al Buon Governo di Lorenzetti: non un incarico isolato, ma il vertice di un’operazione, ideata dalla Fondazione che oggi governa la Scala in società con una galleria londinese. L’immagine di Siena, pensata altrove e mediata altrove, restituita a Siena come rassicurazione. E in prima fila, annotano le cronache, sedeva anche il presidente della Fondazione Monte dei Paschi.
C’è stata, alla fine, la parte tenera: la bambina di un villaggio romeno che a dieci anni dipinse una Madonna su vetro finita sull’altare del paese, “la Madonna dei miei sogni di bambina”, il Palio dedicato “a tutti i senesi”. Storia vera e commovente, che nessuno vuole sciupare. Ma serve anche a questo: a radicare l’immagine sacra in una biografia privata, così che si guardi la commozione e non l’operazione che le sta intorno. Io guardo altrove. Quando le chiarine tacciono, di quel pomeriggio restano due parole dette sullo stesso telo — autonomia, e investimenti — e un drappellone da cui ogni gara è stata tolta, né battaglia né corsa, da leggere dall’alto in basso mentre la luce scende su una città che applaude. Non è una menzogna: è il ritratto più fedele che ci sia capitato da anni. Un popolo che festeggia un’indipendenza vinta nell’ora in cui forse perderà quella nuova, guardando in alto, con un viso che guarda altrove, per non guardare avanti.





