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C’è una frase, nel racconto che accompagna «Santa Maria della Scala. Architetture, progetti e visioni», che vale l’intera mostra: avremmo potuto esporre soltanto i tre progetti per la parte dormiente, si dice, ma abbiamo pensato fosse molto più importante raccontarne la storia. È una confessione, non una premessa. Dice ciò che accade a Siena ogni volta che una decisione si affaccia e non trova chi la prenda: al posto della scelta si mette il racconto della scelta, al posto dell’opera la storia delle occasioni in cui è stata immaginata. Si storicizza per non concludere.
Quarant’anni, dunque. I laboratori di Giancarlo De Carlo negli anni Ottanta, il concorso internazionale degli anni Novanta, la vittoria di Guido Canali, il masterplan, gli allestimenti, le mostre temporanee. Un rosario di energie e di intelligenze convocate — le migliori dell’architettura contemporanea, e non è falso. Eppure, alla fine di questo lungo elenco di attenzioni, la parte assente resta assente. «In attesa di soluzione»: la formula andrebbe incisa all’ingresso. Dopo quattro decenni di dialogo con il meglio della cultura architettonica, la soluzione è ancora attesa. E la mostra non la scioglie: la promuove, la rende patrimonio, la trasforma in contenuto. Il differimento cessa di essere un problema e diventa una sala.
Bisogna leggere con attenzione il lessico, perché è lì che le operazioni si tradiscono. Il complesso viene descritto come «un organismo in cui lavorare costantemente, rigenerandolo, ma mai tradendo la sua storia e la sua identità». Frase perfetta, e per questo sospetta. «Lavorare costantemente» è il non-finito eretto a virtù: il cantiere aperto non chiede conto, l’opera compiuta sì. «Mai tradire la storia» è il freno che dispensa dal rischio: dove tutto va custodito, nulla va deciso. Così lo stallo prende il nome di processo, e l’incapacità di scegliere si presenta come rispetto. La curatela parla di «mostra rotonda»: espressione più esatta di quanto forse volesse. È un discorso che gira su se stesso — Santa Maria della Scala che, dentro Santa Maria della Scala, allestisce una mostra su Santa Maria della Scala. L’edificio che parla di sé, e in quel giro chiuso trova la sua pace.
La domanda vera è di una semplicità imbarazzante: cosa si vuole fare, concretamente, dell’ala dormiente? Con quali fondi, in quali tempi, per quale funzione, su iniziativa di chi. La mostra è congegnata per non rispondere. Risponde a una domanda che nessuno ha posto — qual è la storia del complesso come laboratorio d’architettura? — così da eludere quella che pongono tutti. Le tre proposte di Odile Decq e degli altri invitati non sono la sostanza dell’esposizione: ne sono il pretesto elegante, attorno al quale si dispone la retrospettiva. Si mostrano visioni per non indicare una data.
Perché una visione, quando è tale davvero, è ruvida: dice a cosa servirà quello spazio, in quanto tempo, chi ne risponderà. Qui invece si offre un ecosistema, un organismo, un dialogo permanente — parole senza spigoli, che non impegnano nessuno perché non chiedono nulla. È la forma senese per eccellenza: l’immobilità che si veste da custodia. E finché la città accetterà di chiamare cura ciò che è rinuncia, e processo ciò che è paralisi, la parte dormiente di Santa Maria della Scala continuerà a dormire — ben conservata, molto raccontata, mai risolta.





