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L’articolo di Cristiano Leone difende il Drappellone di Teodora Axente con un solo argomento: il volto della Vergine non si può criticare, perché la Vergine non ha mai avuto un volto fisso. I concili non ne hanno descritto i lineamenti, la Theotokos bizantina è severa e frontale, la Vergine nera di Montserrat ignora ogni naturalismo, la Virgo lactans medievale scopre il seno. In duemila anni, mai un volto solo. È vero. Ma è qui che Leone sbaglia, perché quell’argomento gli si ritorce contro.
Se non esiste un canone, allora nulla si può dire di quel volto: né che è sbagliato, né che è giusto. Lo stesso principio che zittisce chi lo attacca zittisce anche chi vorrebbe lodarlo. Leone voleva difendere l’opera e ottiene il contrario: la rende semplicemente ingiudicabile. E un dipinto di cui non si può dire nulla sta peggio di un dipinto criticato.
Da questo errore ne nascono altri, uno dietro l’altro.
Leone crede di aver dato torto ai critici, ma se nessun volto è più legittimo di un altro, quello severo di Axente vale quanto quello dolce che i critici volevano: né più né meno. Non ha vinto, ha pareggiato. Ha messo tutti sullo stesso piano. E chi voleva difendere l’opera, con un pareggio, ha già perso.
Poi: tutta la sua dottrina dimostra una cosa sola, che una Madonna severa e frontale può stare in una chiesa. Ma «può starci» non vuol dire «è bella». È un permesso, non un giudizio. Lo stesso ragionamento varrebbe per una brutta Madonna severa. E infatti Leone non guarda mai il dipinto: cita concili, precedenti, artisti del Novecento, ma non dice una sola volta se quel volto, lì, funzioni. Difende l’idea di una Madonna severa, non la Madonna di Axente.
C’è un punto in cui crede di giocare la carta vincente: è la stessa artista, dice, a richiamare la Maestà di Simone Martini tra i suoi modelli. Ma dichiarare un modello non significa averlo realizzato. E soprattutto quella carta gli si rivolta contro: se il modello è davvero la Maestà — l’immagine con cui Siena si identifica da secoli — allora il fatto che i senesi non riconoscano quel volto come la loro Madonna dimostra che il modello non ha funzionato. Ciò che Leone porta a difesa è in realtà l’accusa.
Persino l’obiezione giusta, Leone la sfiora e poi la evita. Scrive che è legittimo chiedersi se l’opera parli davvero a Siena e alla sua festa dell’Assunta. È esattamente quello che i critici dicevano. Ma subito dopo cambia discorso e sostiene che questo non riguarda «la legittimità storica del volto». Nessuno però parlava di storia: si diceva, più semplicemente, che quel volto non parla a questa città. Leone risponde alla domanda facile — esistono Madonne severe? sì — e scansa quella vera — questa Madonna dice qualcosa a Siena?
Infine si contraddice apertamente. Avverte: non confondiamo la provocazione artistica moderna con l’immagine sacra da venerare. Giusto. Poi fa proprio questo, difendendo un drappellone religioso con esempi presi tutti dal museo: Ofili esposto al MoMA, Picabia che chiama Vergine una macchia d’inchiostro, Cindy Sherman travestita per una serie di fotografie. Sono opere da galleria. Il Drappellone no: non nasce per un museo, ma per una comunità che lo porta in processione. Lo riconosce lui stesso, dopo aver costruito l’intero articolo sulla confusione che dice di voler evitare.
Il risultato è che Leone difende il Drappellone togliendogli il terreno sotto i piedi. Lo salva dalla condanna solo rendendolo impossibile da giudicare. Non è una difesa, è un congedo.
Alla pittrice servirebbe l’opposto. Non sentirsi dire che non esiste una Madonna senese, ma che esiste eccome, ed è più antica e più severa di quella che gli stessi critici credono di difendere. La dolcezza che oggi a Siena si scambia per tradizione è arrivata tardi: è lo zucchero rinascimentale steso sopra qualcosa di più duro. Sotto c’è la Vergine del Trecento, frontale, in trono, regina: la Maestà davanti a cui la città è diventata città. La vera difesa di Axente è questa: non ha tradito quel modello, l’ha risvegliato. La sua durezza non è una provocazione di oggi, è un ritorno. Restituisce a Siena una Madonna regina proprio dove le si voleva imporre una Madonna soltanto tenera. È più senese, non meno, di chi l’ha attaccata.
Ma è la difesa che Leone non poteva fare. Perché per dire che quel volto è giusto proprio a Siena serve un canone che valga, quello senese del Trecento, e serve schierarlo a favore dell’opera. Lui invece ha costruito tutto sull’idea opposta, che nessun canone valga. Ha tagliato il ramo su cui la pittrice andava sostenuta, e le ha lasciato in mano una libertà che non le serve: quella di aver dipinto un’immagine che nessuno, neanche il suo difensore, se la sente più di dire riuscita.
Resta la cosa più semplice, e più senese di tutte. In tutto questo parlare di concili e di scandali del Novecento, il Drappellone non viene mai guardato. Nessuno dice se, come pittura, regga. Si sale in alto — non esiste un canone — per non scendere all’unica domanda che a Siena conta: è una buona opera? Lassù l’erudizione non serve a vedere meglio. Serve a cambiare discorso. E dimostrare con tanta cultura che di un quadro non si può più parlare è il modo più elegante di non parlarne.





